Bibliotecari aristocomunisti?


Il libro di Luca Ferrieri, per quanto s'intitoli La lettura spiegata a chi non legge (Editrice Bibliografica), meglio avrebbe fatto ad intitolarsi La lettura spiegata a chi legge se non, addirittura, La non lettura spiegata a chi legge. A parte infatti che le sue digressioni colte sulle letture, svolte attraverso ardite ed argute giravolte argomentative mentre ci viene fatto piroettare davanti uno stuolo di dotte citazioni e riferimenti bibliografici, difficilmente potrebbero appassionare o anche solo interessare un "non lettore". Ma questo, tutto sommato, è comprensibile ed accettabile. Quale astemio - mutatis mutandis - potrebbe sinceramente interessarsi o addirittura appassionarsi ad un libro sui piaceri del vino? Di più: all'offerta di una raffinata selezione di vini?

Considerando dunque che i libri sono per definizione fatti per i lettori, perché il gioco retorico d'immaginarne uno, tanto più uno denso di riferimenti letterari e perciò assolutamente non "elementare" o "didattico", dedicato a chi i libri non legge? E qui, secondo il sottoscritto, è l'unico punto dolente del libro di Ferrieri. Cioè, ci sono altri punti che non mi convincono completamente, ma su cui sono disposto a fidarmi della competenza e dell'esperienza di Ferrieri. Ma qui no. Il motivo è che Ferrieri si pone nei confronti dei "non lettori" esattamente come Don Chisciotte nei confronti dei caprai, come egli stesso sostiene proprio all'inizio del libro:

Vado pazzo per la concione di Don Chisciotte ai caprai... Capitolo 11. L'ingegnoso hidalgo vuole spiegare ai caprai che cos'è l'ordine dei cavalieri erranti... Lo fa con il suo linguaggio forbito, e i caprai, dice Cervantes, non devono averci capito molto. Ma Don Chisciotte, coerente con il suo aristocomunismo, risponde implicitamente anche al suo autore... poche pagine più avanti, quando argomenta che non si debba di certo involgarire il linguaggio solo perché ci si rivolge ai caprai. Sarebbe, come dire, un classismo alla seconda potenza. Se io devo spiegare ai non lettori la società dell'oro della lettura, non lo farò adeguando, né accattivando, né travestendo. E sia chiaro che io e Don Chisciotte abbiamo dei caprai e dei non lettori la massima considerazione...

Cosa sta succedendo qui? Don Chisciotte e Ferrieri si pongono su un gradino più alto rispettivamente di caprai e "non lettori" e dicono loro: "siete inferiori a noi, ma non di meno siete nostri fratelli"; non solo: "il vostro essere è definito come negazione a quello nostro (non-cavalieri, non-lettori) e quindi è ontologicamente legato al nostro e da esso dipendente". Solo il lettore può definire il "non lettore" e non viceversa, per cui, massimo rispetto per voi se volete rimanere quello che siete, ma noi siamo un'altra cosa.

A parte che l'aristocomunismo a me da più fastidio dell'aristocratismo fatto e finito (almeno quest'ultimo evita l'ipocrisia), il problema è che qui, fino a prova contraria, siamo in democrazia e il voto (e l'opinione, e soprattutto i soldi come capacità di guidare le scelte del mercato, anche librario) di un "non lettore" vale quanto quello di un lettore. Invece di definire il "non lettore" in funzione del lettore e di spiegare cos'è la lettura per mostrare cosa non è e cosa potrebbe essere il "non lettore", forse sarebbe stato meglio indagare seriamente cosa s'intende per "lettore" e "non lettore". Ferrieri critica (giustamente) le statistiche a proposito, ma poi s'adegua al loro metro e considera lettore il lettore dei libri.

A tal proposito mi permetto di chiedere: ma davvero pensiamo che un lettore - anche un lettore statisticamente da considerare "forte" - di gialli, di fantasy, di rosa, di guide di self-help sia culturalmente su un gradino diverso rispetto ad uno spettatore di soap opera, serial, talk show televisivi? Se la risposta - come pensa chi scrive - è no, allora dobbiamo seriamente chiederci cosa sia la lettura, svincolando tale attività dall'oggetto libro. Si può "leggere" un libro, un videogioco, un film, un serial, un giornale, un sito, un brano musicale, un quadro, ecc. Qualsiasi fruizione di una forma di comunicazione è un "leggere". Il problema allora non è tanto la quantità del leggeree nemmeno la quantità del leggere una o l'altra forma comunicativa. Il problema è la qualità del leggere. Se io non faccio altro che leggere i best seller che mi propongono i mass​ media, o guardare i serial che vanno di moda, o leggere i quotidiani economici per consultarne le quotazioni, o girare su Facebook per vedere gli stati dei miei amici, ecc. allora magari leggo tanto, posso anche essere considerato un lettore forte (se la mia attività di lettura si rivolge ai libri) ma non di meno la qualità della mia lettura sarà povera. Addirittura è possibile leggere in maniera povera anche alti esempi di arte e letteratura, pensiamo a come vengono letti a scuola i classici o all'ascolto della musica (anche, perché no, di Mozart) come sottofondo alle incombenze quotidiane. Per converso può essere fatta una lettura di qualità anche di opere esteticamente non eccelse: posso godermi ad esempio i romanzi dedicati a Resident Evil non perché li consideri particolarmente belli ma perché leggendoli effettuo una comparazione col narrare videoludico, perché seguo mentalmente i fili dei riferimenti cinematografici a cui la saga attinge, ecc.

Riportando il discorso in biblioteca, l'impostazione di Ferrieri, se non supportata da un'ampia riflessione ed esperienza biblioteconomica, rischia di giustificare la credenza secondo la quale la biblioteca sia destinata all'elevazione del volgo (nei panni d'una sorta di scuola popolare) dove la narrativa di consumo sia da considerarsi materiale minore per favorire l'approccio alla lettura da parte dei "non lettori" nella speranza che essi prima o poi accedano alla letteratura (alla cultura) vera. Al contrario un'impostazione basata sulla qualità della lettura (indipendentemente dall'oggetto della lettura stessa) non vede più esseri umani di serie A o B a seconda del loro essere o meno lettori (tutti sono lettori); e non vede più gerarchie o preclusioni di materiali all'interno dei cataloghi (ma al contrario assegna un valore ai materiali in base anche al loro uso coerente con la mission dell'istituzione); e infine - ma più importante di tutto relativamente all'attuale attività e significatività della biblioteca - non storce più il naso di fronte alla promozione (la "brutta parola" che Ferrieri cerca di evitare per tutto il suo libro dedicando ad essa poche, finali, pagine) perché sa che quest'attività non è il tentativo in perdita di sottrarre "non lettori" alle sirene della televisione, dei videogiochi, ecc., ma al contrario è un'attività che s'inscrive nell'alveo dell'information literacy al fine di offrire ai lettori (qualsiasi siano le loro letture) degli strumenti efficaci per far sì che siano in grado - quando lo vogliano - di effettuare letture "critiche" e di qualità.

Se noi intendiamo la promozione come promozione di un sentimento o di una malattia (due modi per altro affascinanti in cui Ferrieri definisce la lettura) è chiaro che la cosa ha poco senso: come si fa a promuovere l'amore o il contagio? Come si può pensare di parlare di amore in modo diverso rispetto all'età, alla scolarità, al sesso, al censo? Ma se stiamo parlando di una capacità, di una competenza, allora è possibile di formare ad essa i nostri utenti, proporre loro strumenti per apprenderla o affinarla, adattare le risorse che offriamo al livello di competenza presente.

È ancora ben fresco, nonostante gli anni trascorsi, il ricordo del giudizio non di uno qualunque ma nientemeno che di Francesco Alberoni alla notizia dell'apertura di una sezione di videogiochi in una biblioteca di provincia: se tale iniziativa poteva servire a qualcosa era unicamente ad attrarre in biblioteca qualche appassionato di videogiochi con la speranza, peraltro poco fondata, che potesse prima o poi prendere in prestito pure qualche libro. Chissà se Alberoni ha mai discettato sull'opportunità della presenza dei fumetti nelle biblioteche. Forse i fumetti hanno il pregio mimetico d'assomigliare per forma ai libri ed il loro contenuto può ricordare i libri illustrati (tanto è vero che ancora sono giudicati qua e là come medium dedicato a bambini e ragazzi) ma il loro linguaggio è estremamente diverso da un racconto letterario e si avvicina piuttosto a quello cinematografico (non a caso entrambi sono generati da una sceneggiatura che nell'ultimo caso si trasforma spesso in uno storyboard, cioè in un racconto mediante immagini fisse del futuro film). La loro lettura (per quanto mai nessuno, neppure i loro detrattori, abbia messo in dubbio che l'attività di fruizione di un fumetto vada considerata lettura) è estremamente diversa, e per certi versi più complessa, della lettura di un testo letterario: vi sono qui da conoscere non solo le convenzioni narrative e letterarie, ma pure quelle grafiche tipiche della narrativa per immagini. E narrativa per immagini la troviamo nel cinema, nella televisione, nei videogiochi, anche se la ​forma del contenente è diversa (ed ogni medium ovviamente aggiunge le proprie specificità). E la narrazione per immagini (e la relativa lettura) è ancora più antica della scrittura se pensiamo che le più antiche forme di comunicazione giunte fino a noi sono proprio storie grafiche sulla caccia. Tutto questo ci porta a dire che l'amore per i libri è una cosa (che tra l'altro chi scrive condivide senza riserve) ma la lettura è una cosa diversa non necessariamente legata all'oggetto libro.

Don Chisciotte parla ai caprai della cavalleria senza adattare il suo linguaggio a loro perché pensa che in fondo loro rimarranno caprai e lui cavaliere. La sensazione che si ha leggendo il libro di Ferrieri è la stessa: non rende divulgativa la sua argomentazione perché in fondo pensa che i "non lettori" tali rimarranno. Aristocomunisticamente.

Onestamente preferisco pensare che se buona parte degli italiani, indipendentemente da età, sesso, scolarità o censo è in grado di leggere criticamente una partita di calcio, comparando schemi, valutando prestazioni atletiche e analizzando scelte arbitrali, il trasferire tali competenze anche in altri ambiti (non necessariamente - solo - il libro, ma piuttosto mostrare come - molte di - tali competenze sono trasversali a svariati canali comunicativo/informativi) non sia impossibile, anzi, sia esattamente la mission attuale della biblioteca. Una mission democratica, non aristocratica o aristocomunista.

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