La lettura di La fonte nascosta. Un viaggio alle origini della coscienza dello psicoanalista e neuropsicologo sudafricano Mark Solms (pubblicato da Adelphi qualche mese fa) è estremamente interessante perché conduce il lettore alla scoperta delle strutture cerebrali coinvolte nel funzionamento di quella cosa contemporaneamente straordinaria e per noi esseri umani quotidiana e banale: il senso dell’io, la coscienza. Nessuna persona mette in dubbio la realtà della propria autocoscienza, ma se cerchiamo di capire come essa abbia origine dai meccanismi che costituiscono il nostro essere biologico ci troviamo di fronte ad una parete che finora nessuno è riuscito a scalare. Le soluzioni portate dalla filosofia parlano di una dualità a partire da Cartesio (res cogitans e res extensa) fino ad arrivare a Freud, che pure ambiva a spiegare i meccanismi mentali tramite la fisiologia ma consapevole di non avere i sufficienti mezzi. Oggi grazie alle apparecchiature che ci consentono di mappare in modo accurato il funzionamento del cervello possiamo cominciare a fare ipotesi sostenute da verifiche scientifiche (e Solm si rifà al principio di falsificabilità popperiano). Di per sé però sapere come funziona il cervello, cioè sapere quali sono le aree dedicate alle singole funzioni, non risolve automaticamente il problema della coscienza. Ma può aiutare a proporre modelli verificabili. Ed è esattamente quanto fa Solms in un testo scientificamente complesso, ma “spiegato”, volutamente divulgativo.
Sostanzialmente l’ipotesi che avanza e difende Solms è quella che la coscienza nasca non da informazioni/conoscenza ma dai sentimenti. I sentimenti (la cui gestione è fatta non da una struttura cerebrale recente come la corteccia ma da strutture più profonde in comune con tutti i vertebrati) sono elementi di avviso di potenziali pericoli alla vita/salute. I sentimenti di base identificati da Solms sono i seguenti:
DESIDERIO SESSUALE
RICERCA che è il sentimento di default che viene attivato quando non vi sono altre priorità
RABBIA
PAURA
PANICO DA ABBANDONO
CURA
GIOCO.
Ed è proprio su quest’ultimo sentimento su cui vorrei soffermarmi qui.
Solms scrive:
Abbiamo bisogno di giocare. Il gioco è il mezzo attraverso il quale si rivendica e si difende il proprio territorio, si formano le gerarchie sociali e si creano e si mantengono i confini tra l’interno e l’esterno del proprio gruppo di appartenenza.
[…]
Il fatto che il GIOCO si elevi, per così dire, sopra tutte le altre emozioni istintuali – per metterle alla prova e apprenderne i limiti – è forse il motivo per cui è risultato impossibile individuare un singolo circuito cerebrale per il sistema del GIOCO: probabilmente il GIOCO recluta tutti gli altri sistemi emozionali, contribuendo sostanzialmente alla loro maturazione.
[…]
È facile vedere come il GIOCO, in particolare, dia origine alle regole sociali. Le regole disciplinano il comportamento nel gruppo e quindi ci proteggono dagli eccessi dei nostri bisogni individuali. È altrettanto facile vedere che le regole sociali incoraggiano forme di comunicazione complesse, favorendo in tal modo l’emergere del pensiero simbolico. La qualità del «come se», propria del sistema del GIOCO, suggerisce che esso potrebbe essere addirittura il precursore biologico del pensiero in generale (cioè della azioni virtuali rispetto a quelle reali…).
[…]
La mia personale opinione è che il linguaggio si sia evoluto principalmente dal sistema del gioco.
[…]
È facile vedere come la creazione di regole sociali apprese favorisca l’evoluzione di forme sempre più complesse di comunicazione e come questo a sua volta contribuisca all’emergere del pensiero simbolico. La pressione selettiva che portò allo sviluppo di regole artificiali aumentò in maniera esponenziale quando gli esseri umani abbandonarono lo stile di vita primitivo dei cacciatori-raccoglitori, tipico dei primati, ed iniziarono a vivere in insediamenti stabili, dedicandosi alla coltivazione dei campi e all’allevamento. L’uomo non poteva essere già predisposto dall’evoluzione naturale a questi cambiamenti, avvenuti solo dodicimila anni fa, se non per la presenza dell’«istinto del gioco», che è essenziale nella formazione delle gerarchie sociali.
[…]
Il GIOCO potrebbe essere il precursore biologico del pensiero in generale (cioè di tutte le azioni virtuali contrapposte a quelle reali) e di tutta la vita culturale.
Questa ipotesi non è in contrasto con quanto ipotizzato sulle origini del linguaggio da Sverker Johansson (i bisogni specifici della specie umana, ne ho scritto qui) o da Derek Bickerton (l’individuazione del cibo, ne ho scritto qui) perché Solms si rivolge non al “perché”, ma al “come”. Tra l’altro è da considerare che il gioco è un’attività praticamente ubiqua nel regno animale e la domanda sul perché abbia spinto al linguaggio la specie umana e non specie pure vicine ed abili alla fonazione come le scimmie, è da ricercare altrove. Quello che interessa a Solms è mostrare come un’entità auto-organizzantesi completamente isolata dall’esterno per mantenere la propria esistenza e coerenza e omeostasi interna e che quindi è completamente creatrice del proprio mondo interiore (a me la descrizione di queste entità separate dall’esterno dalla coperta di Markov ha fatto pensare alle monadi leibniziane) possa sviluppare un sistema di alert relativo agli stati da correggere e implementare azioni opportune per correggerle. Proprio questo meccanicismo porta Solms nella conclusione a prefigurare la creazione di macchine che sperimentino non la Intelligenza, ma la Coscienza Artificiale.
Quello che alla fine qui mi importa maggiormente è però sottolineare l’ipotesi che il meccanismo del “come se” intrinseco al gioco, spinto dalle necessità specifiche della specie, abbia (forse) portato, oltre che allo sviluppo delle strutture sociali e culturali (e questo era già stato doviziosamente spiegato sia da Huizinga sia da Caillois), addirittura del linguaggio che è l’elemento che più di tutti distingue la specie umana da tutte le altre specie animali.
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Mark Solms |
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