Il libro appena pubblicato dalla giornalista statunitense Gayle Tzemach Lemmon The Daughters of Kobani (Penguin) esplora gli avvenimenti della Guerra Civile Siriana e dell’ascesa al potere e successiva sconfitta dello Stato Islamico da una duplice prospettiva: quella “macro” degli avvenimenti storici, delle alleanze, delle diplomazie, delle battaglie; e quello “micro” dal punto di vista in particolare di tre donne: Azeema Deniz, Newroz Ehmed e Rojida Felat. Tre donne curde protagoniste della guerra contro l’ISIS e dello sforzo di autogoverno nella regione del Rojava all’interno dell’YPJ, l’Unità di Protezione delle Donne, brigata femminile dell’YPG, l’Unità di Protezione Popolare, formazione militare nata per proteggere la popolazione curda.
L’autrice non scrive mai i cognomi delle donne forse perché il loro ingresso nelle forze militari della resistenza curda è dovuto (come narra bene) alla fuga dalle rispettive famiglie che hanno impedito loro di coronare i sogni sentimentali, di studio o professionali in nome della tradizione che vuole le donne prime di qualsiasi voce decisionale autonoma.
Tzemach Lemmon mette subito bene in chiaro che la storia che narra non è una (banale) storia di battaglie ma quella piuttosto di una rivoluzione: politica e sociale. Scrive infatti nell’introduzione (p. xxix):
The story was not only a military campaign, I realized, but also a political one: without the military victories, the polical experiment could not take hold. For the young women fighting, what mattered most was long-term political and social change. That was why they’d signed up for this war and why they were willing to die for it. They believed beating ISIS counted as simply the first step toward defeating a mentality that said women existed only as property and as object with wich men could do whatever they wanted. Raqqa was not they destination, but only one stop in their campaign to change women’s lives and society along with it. (Capii che la storia non riguardava solo una campagna militare ma anche una politica: senza le vittorie militari l’esperimento politico non sarebbe potuto durare. Per le giovani combattenti l’obiettivo principale era il duraturo cambiamento politico e sociale. Questo il motivo per cui si erano arruolate e per cui erano disposte a morire. Credevano che sconfiggere l’ISIS fosse solo il primo passo verso la sconfitta di una mentalità che ritiene che le donne esistano solo come una proprietà maschile, oggetti di cui i maschi possono fare quello che vogliono. Raqqa non era la loro destinazione finale ma solo una tappa della loro campagna per cambiare la vita delle donne e l’intera società. [traduzione mia])
Anche nei momenti più drammatici dell’assedio di Kobane da parte delle soverchianti milizie dell’ISIS, fino ad allora imbattute, le tre donne, ciascuna di loro a capo di un piccolo drappello di uomini e donne della resistenza curda, sarebbe morta piuttosto che arrendersi agli estremisti islamici. Cadere in mano loro avrebbe significato per i combattenti maschi essere sgozzati in diretta social per terrorizzare i parenti ed infondere il panico, ma per le combattenti femmine significava un destino ancora peggiore: essere vendute come schiave sessuali. Ma, come premesso, Tzemach Lemmon non racconta solo il diario drammatico ed eroico delle tre (ed altre) combattenti: il libro è anche la cronaca del realizzarsi di una società libera ed uguale (in termini di lingua, di religione, di sesso) tra la dittatura siriana, l’ostilità turca, il terrorismo islamico e il peloso opportunismo americano. Proprio quest’ultimo l’autrice descrive in modo estremamente efficace: l’impegno di Obama di non inviare in Medio Oriente nuove truppe contrastava con il non credere che le forze presenti da sole potessero contemporaneamente fronteggiare le truppe governative di Assad e i miliziani dell’ISIS. Una volta individuate le forze curde come attori credibili del conflitto, il loro addestramento e rifornimento incontrava l’opposizione dell’alleato turco apparentemente più a proprio agio con i miliziani islamici (che per tutta la durata del conflitto hanno avuto il confine aperto per andare in Siria). Nella fase conclusiva del conflitto gli americani hanno scambiato la liberazione di Raqqa (non un obiettivo prioritario dei curdi, trattandosi di una città a maggioranza araba) per la loro presenza in Rojava ed il sostegno pubblico all'amministrazione curda, salvo non presentarsi all’evento istituzionale di liberazione della città perché sventolavano stendardi con l’effige di Ocalan, come se non si fosse sempre saputo che la rivoluzione curda era debitrice principalmente delle idee relative al confederalismo democratico da lui sviluppate all’interno del carcere turco di Imrali.
Il libro concluso con la liberazione di Raqqa e con la sconfitta (per lo meno territoriale) dello Stato Islamico ha qui il suo (probabilmente inevitabile) punto più debole. Il semplice accenno all’invasione del Rojava da parte della Turchia non basta a pesare l’attacco ad un modello nuovo ed inedito (non solo a livello mediorientale) di società governata dal basso. E non solo per l’affronto di Afrin, sottratta al modello confederale e riassegnata a quello tribale dell’Islam più retrivo, ma anche perché manca di segnalare tutte le tappe raggiunte in così poco tempo verso una società che tutela i diritti di tutti e di tutte (compresi i miliziani prigionieri) contemporaneamente cercando di attuare una transizione ecologica all’avanguardia anche rispetto ai modelli occidentali.
Comunque il complimento forse più bello che si può fare al libro è che alla fine si ha la voglia di cercare ulteriori informazioni su Azeema, Newroz e Rojida (quest’ultima è anche una delle protagoniste del documentario di Benedetta Argentieri I Am the Revolution) e le si sente vicine quasi fossero diventate nostre amiche. Si vorrebbe, anche noi come l’autrice, parlare con loro, sentire dalla loro diretta voce le impressioni e le testimonianze non solo sulla guerra, ma piuttosto sul mondo nuovo dopo la rivoluzione.
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Gayle Tzemach Lemmon |
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Azeema Deniz |
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Nowruz Ehmed |
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Rojida Felat |
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