La maggior parte dei lettori sarà stata attratta (o magari anche indispettita, a seconda dell’ideologia di appartenenza) dall’ultimo libro di Zerocalcare No Sleep Till Shengal (Bao). Qualcuno sarà anche andato a recuperare e leggere il libro delle due co-protagoniste del viaggio narrato da Zerocalcare: La montagna sola. Gli ezidi e l’autonomia democratica di Şengal (Alegre) di Chiara Cruciati (giornalista del Manifesto esperta in questioni mediorientali) e Rojbin Beritan. Dubito invece siano pochissimi (anche per la lingua) ad avere recuperato il ricco saggio The Kurdish Women’s Movement. History, Theory, Practice (Pluto Press) della ricercatrice inglese di origini curde Dilar Dirik.
Vorrei qui presentarli in parallelo perché mi sembra si completino egregiamente l’uno con l’altro. Parto con l’ultimo che è un denso e documentato ritratto delle lotte per l’autoderminazione delle donne nei territori del Kurdistan turco, iracheno e siriano (manca nel libro esplicitamente l’analisi della situazione nel Kurdistan iraniano per l’impossibilità dell’autrice di visitarlo e raccogliere le testimonianze che documentano ed arricchiscono la sua esposizione). Come promesso dal sottotitolo, nel libro non abbiamo solo la pur dettagliata storia delle lotte per l’emancipazione femminile che in Kurdistan s’intreccia con quella per i diritti civili di tutti, ma anche per il riconoscimento etnico e nazionale. Nonostante le lotte femministe anticipino la teorizzazione del Confederalismo democratico da parte di Abdullah Ocalan (ne ho fatto una sintesi tempo fa qui), certamente la revisione del marxismo in senso antistatalista, ecologista e femminista presente nella sua riflessione diventa un punto d’appoggio ideologico fondamentale per la realizzazione di una concreta e reale parità di genere all’interno dei territori in cui viene sviluppata, come l’Autonomous Administration of North and East Syria (Rojava) e l’autonomia ezida in Shengal (uso per comodità la grafia nel libro di Zerocalcare). Leggendo il saggio di Dirik ci rendiamo conto come in Medio Oriente cose che in Occidente diamo troppo spesso per scontate come il potersi candidare in ruoli politici, avere voce nella cosa pubblica, manifestare le proprie idee ed il proprio dissenso - soprattutto da parte delle donne - diventi fin troppo abitualmente pretesto per incarcerazione, tortura, assassinio. Al contrario negli spazi strappati al potere statale, sia esso iracheno, siriano o turco, il Confederalismo democratico ha creato strutture paritarie in cui maschi e femmine sono chiamati a dialogare, confrontarsi e decidere alla pari su esigenze e problemi. Dirik critica esplicitamente l’atteggiamento (tipicamente Occidentale) dell’esaltazione femminile per il raggiungimento di un traguardo in precedenza esclusivamente maschile (la prima donna astronauta, la prima donna a capo del Consiglio, ecc.) perché la parità di condizioni deve essere la normalità di un diritto piuttosto che un’eccezionalità concessa.
Dove Dirik e Cruciati-Beritan s’incontrano è nella descrizione della situazione nell’area di Shengal dove si è rifugiata la popolazione di religione ezida (l’etnia è curda) dopo il genocidio compiuto a suo danno dai miliziani dello Stato Islamico nel 2014. Nell’indagare le cause del genocidio le due analisi concordano nel sottolineare come non si sia trattato di un evento improvviso ed imprevedibile, ma piuttosto del frutto di anni e secoli di emarginazione di questa popolazione per le proprie caratteristiche. A differenza del mazdaismo (che ho presentato qui) l’ezidismo è un culto non compiutamente monoteistico e questo è servito sia a cristiani sia a musulmani per accusarlo di essere una adorazione di demoni. In analogia col mazdaismo, invece, per l’ezidismo non è possibile la conversione: solo chi nasce ezida può essere ezida. In più il tutto è complicato dalla rigida divisione in classi esclusivamente all’interno delle quali è permesso il matrimonio. Nonostante che l’ezidismo abbia una base forte di rispetto per l’ambiente (ad esempio crede che la terra, essendo la progenitrice di tutti, non possa essere di proprietà di nessuno) e della donna (che come creatrice della vita è alla base del cosmo), il rigido sistema rituale - caste incluse - mette ai margini le donne, sia pure formalmente per proteggerle. Ecco quindi il motivo per cui le donne ezide, prima del ferman (nome con cui vengono chiamati i genocidi che questa popolazione ha ripetutamente subito nel corso della storia) del 2014 non erano mandate a scuola (per evitare che venissero indottrinate dal sistema dell’istruzione pubblica islamista irachena) e non uscivano in pubblico senza un accompagnatore maschile. D’altra parte proprio la distanza dallo stato e dalla cosa pubblica ha permesso ai superstiti del ferman di adottare il Confederalismo democratico alla cui base stanno elementi essenziali del credo ezida come l’anti-statalismo che si declina in assemblearismo comunitario e l’ecologismo. Cruciati e Beritan evidenziano un aspetto storico che manca nell’analisi di Dirik (perché non è oggetto di essa): la divisione dei clan curdi sulle ideologie e sulle alleanze politiche. Il genocidio ezida compiuto dallo Stati Islamico infatti è stato consentito dai peshmerga curdi fedeli al clan Barzani, alleato della Turchia e “lealista” del governo iracheno post Saddam Hussein. Peshmerga che, invece di difendere gli ezidi con la forza della loro superiorità numerica rispetto ai miliziani di Daesh, si sono ritirati lasciando loro il campo libero, non però prima di aver confiscato tutte le armi in possesso della popolazione, lasciando gli ezidi soli e disarmati di fronte alla minaccia. E in maniera giustamente cruda Cruciati e Beritan raccontano come l’assalto dei miliziani ha sterminato i maschi adulti ma ha fatto prigioniere donne, bambine e bambini per vendere le femmine come schiave sessuali (ancora oggi liberate solo in minima parte) e per utilizzare i maschi come armi viventi dopo l’indottrinamento. Fanno rabbrividire le parole di una testimone che racconta della violenza subita da un miliziano di fronte alle e incoraggiata dalle sue mogli solo se non pensiamo al traffico di donne immigrate che vengono sfruttate come lavoratrici del sesso sulle nostre strade, solo se non pensiamo ai lager in Libia, finanziati con i contributi di tutti gli italiani e di tutte le italiane, in cui le violenze e gli stupri sono all’ordine del giorno. Dovrebbe inoltre far riflettere che i volontari del PKK arrivati in Shengal dal Rojava per aprire un corridoio sicuro alla popolazione ezida e permetterle di fuggire dal genocidio e poi per difendere e ricacciare dalle città i miliziani Daesh, siano progressivamente stati uccisi da attacchi mirati dell’esercito turco. Dovrebbe infine fare ancor più riflettere che dopo il genocidio il Governo italiano (all’epoca guidato da Renzi) abbia fornito aiuti ai curdi iracheni, ma a quelli sbagliati: gli aiuti italiani sono infatti andati ai peshmerga di Barzani piuttosto che agli ezidi.
Concludo con Zerocalcare. Il suo è un libro a fumetti che racconta un viaggio e le osservazioni compiute dal suo autore. Nonostante quindi che non abbia velleità “accademiche” è indiscutibile (ed a riprova di ciò stanno le statistiche di vendita) che sappia raffigurare la realtà meglio rispetto a descrizioni più accurate grazie all’ironia e all’umorismo di cui si serve come chiave per parlare anche di elementi tragici e scabrosi. Come, verso la fine, quando ad ascoltare le esperienze di due giovani ezide che si sono unite all’YPJ (l’esercito curdo-siriano femminile) scopre che una delle due è stata prigioniera per due anni delle milizie islamiste. Ma di narrare questo saremmo stati capaci tutti. La genialità, la bravura di Zerocalcare sta nel girarsi un’attimo dopo la conclusione del racconto e descrivere la ragazza che - nonostante le ingiurie subite - superato il ricordo ritorna ad essere “di nuovo una pischella qualunque che scherza con le amiche”. Un’altra grande dote è quella di spiegare in modo sintetico e divertente quello che che Dirik da una parte e Cruciati-Beritan impiegano pagine e pagine per descrivere (certo con altro livello di analisi): il sistema di governo dell’autogestione ezida (mutuato da quello del Rojava). E contemporaneamente porsi un dubbio che invece evitano accuratamente entrambe le altre analisi: “Oh, uno può obiettare che è semplicistico, che funziona perché so’ pochi, ma rimane l’unico esperimento di questo segno in una regione che oscilla tra autocrazie e barbarie”. E questo è il punto cruciale. A che serve studiare, interessarsi ed appassionarsi del Confederalismo democratico se è un esperimento che funziona solo in una zona isolata con poche persone nel deserto? Forse dovremmo prendere il dubbio di Zerocalcare e ribaltarlo e chiederci perché per far funzionare le nostre società apparentemente avanzate sia necessario il mostruoso apparato di gestione burocratica del potere che è lo Stato. Dovremmo chiederci come riuscire a mettere in pratica un federalismo reale che permetta a tutti e a tutte la partecipazione nelle decisioni pubbliche e che limiti la delega e la rappresentatività a quanto sia davvero indispensabile. Forse iniziando a mettere in pratica quello che già fin da subito è possibile: una reale uguaglianza di genere all’interno di tutte le istituzioni, sia pubbliche sia private.
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