Visioni postcristiane


Ho conosciuto Paolo Cugini durante gli studi universitari presso la Facoltà di Pedagogia dell’Università di Parma, trascorsi i quali però la vita ci ha divisi, per distanza geografica e professionale. L’ho reincontrato abbastanza di recente in uno di quei gruppi sui social dove si ritrovano vecchi compagni di scuola/di studi. Ed ho scoperto che il suo percorso umano e professionale è stato quello di diventare sacerdote, un sacerdote impegnato in aree difficile come il Brasile e in aree apparentemente più “tranquille” come la diocesi di Reggio Emilia occupandosi però di di argomenti scomodi come i fedeli LGBT. Paolo ha pubblicato già diversi libri, sia in italiano, sia in portoghese, ma l’uscita di un suo nuovo libro - Visioni postcristiane. Dire Dio e la religione nell’epoca del cambiamento (EDB) - e la possibilità di rivederlo e di ascoltare le sue riflessioni alla presentazione dello stesso a Piacenza mi hanno spinto ad acquistarlo ed a leggerlo.

Visioni postcristiane (faccio qui una sintesi ma mi guardo bene dal commentare su tematiche religiose al di fuori della mia competenza, semmai proverò a fare qualche riflessione spostandomi in ambito filosofico ed etico) denuncia l’incapacità della Chiesa cristiana di venire incontro alla postmodernità sostanzialmente per il suo basarsi su una dottrina e su un rituale che non sono più adeguati ai tempi. Cardine della riflessione cuginiana è una sorta di traduzione teologica del principio hegeliano relativo alla razionalità del reale: la realtà di Dio è all’interno della storia. Dio infatti non resta “motore immobile” ma s’immerge grazie al figlio Gesù nella storicità umana e lo fa indicando una direzione precisa: non incarnando il potere e la ricchezza ma al contrario dando voce agli ultimi. Paolo denuncia la tendenza della Chiesa ad occuparsi troppo di riti e troppo poco delle persone a cui si rivolgono; di preoccuparsi dell’unità piuttosto che della pluralità e della diversità in cui si declina il popolo di Dio.

La direzione verso cui il cristianesimo deve muoversi è allora, seguendo la suggestione del titolo, disfarsi di se stesso come religione per tornare all’insegnamento di Gesù nella parola e nell’azione: nello stare cioè in mezzo a tutti senza rifiutare nessuno, un disfarsi degli ultimi cascami del potere temporale per tornare ad essere ultimi in mezzo agli ultimi. Consapevole però che si tratta di una rivoluzione non semplice, indica anche tre gradini che possono favorire il cammino.

Il primo è la fine del vincolo del celibato per i sacerdoti per evitare la distanza dei sacerdoti stessi dal mondo “reale”, dai problemi e dalle vicissitudini del popolo e creare una sorta di sacerdozio “diffuso” che contrasti col declinare delle vocazioni.

Il secondo è aprire il sacerdozio alle donne per mostrare nella pratica la vicinanza a loro contro la cultura maschilista ed anzi sradicare il pregiudizio presente anche nella dottrina cristiana fin dall’antichità.

Il terzo è dare spazio che non sia pelosa comprensione ai fedeli LGBT (e, aggiungerei, QI+) perché non è l’attitudine sessuale un ostacolo alla fede, neppure alla possibilità ed alla capacità di comunicarla come educatore o sacerdote. Tra l’altro occorre sottolineare l’attività di Paolo nell’ascolto e nella preghiera con le famiglie che si ritrovano ad affrontare la presenza al loro interno di una persona non eterosessuale. Non è inutile segnalare due video sul tema con la testimonianza delle famiglie nel percorso di preghiera e condivisione:

Cosa accade in una famiglia cristiana quando un figlio dice che è omosessuale?



Cosa accade quando un figlio fa coming out in una famiglia cristiana: la storia di Mattia


Lascio al lettore approfondire l’argomento nelle appassionate ed appassionanti pagine scritte da Paolo. Solo un dubbio.

Proprio nelle pagine conclusive Paolo sostiene una posizione che mi ha fatto sobbalzare: un elogio della purezza. Riporto un passo:
Il dramma dei puri è proprio quello di non riuscire ad adeguarsi alla mescolanza e, allora, passano tutta la vita a rincorrere il sogno di un mondo luminoso, puro, senza sbavature.Per questo sono spesso arrabbiati con il mondo intero, perché non sanno cedere, non vogliono pensare che non esista un pezzo di mondo che non sia contaminato dalla stupidità e dall’ignoranza. Li vediamo, allora, insoddisfatti, perché costantemente alla ricerca di un mondo che non esiste se non nelle loro teste. Eppure sono questi insoddisfatti, questi perenni sognatori, questi puri, questi visionari che rendono il mondo più bello per tutti, perché ci mostrano degli sprazzi di luce, di quella realtà che normalmente nella vita reale non riusciamo a vedere.

Paolo ricollega questi puri a Gesù ed alla capacità profetica che auspica riprenda il suo ruolo principale nella Chiesa. Personalmente però quando sento parlare di purezza a livello umano non posso riandare a quella purezza della razza propugnata dal razzismo nazista. O alla accusa d’innaturalità rivolta a persone non eterosessuali. Temo che la “purezza” sia una qualità non solo impossibile nel mondo umano, ma pure la cui ricerca ossessiva sia comunque deleteria. Comprendo il collegamento fatto tra ricerca della purezza e capacità profetica ma sono più affezionato al Gesù che non abbandona gli impuri per eccellenza: i malati, le prostitute. Ovviamente qui non esprimo un punto di vista teologico ma, come precisato all’inizio, meramente filosofico, etico se si vuole. Per quel che mi riguarda sono convinto che l’essere (Dio) non possa gettarsi nella storia senza assumerne le caratteristiche. In questo senso c’è tutta la forza dell’espressione riferita a Gesù: ecce homo. Dio può farsi uomo solo assumendosene difetti ed imperfezioni. Solo assumendosene le impurità. Ciò che è puro, che è perfetto non è e non può essere umano. E il momento più umano di Gesù è la debolezza e lo sconforto di fronte al sopraggiungere della morte con quel grido con cui chiede al Padre perché lo ha abbandonato. Se essere umano è essere impuro e imperfetto significa che è sbagliato cercare la purezza e la perfezione? Dipende: se questa ricerca è fatta a dispetto e contro l’essere umano e contro la comunità umana, se è una ricerca che volta le spalle all’umano allora è sicuramente ingiusta. Quello che ho apprezzato maggiormente nel libro di Paolo è la sollecitazione al recupero di una dimensione comunitaria della religione che si rispecchi anche nella dimensione sociale. Forse abbiamo bisogno di profeti ma oggi più che mai è difficile riconoscere i profeti “veri” e quelli che lucrano sulla credulità della gente. Paradossalmente la possibilità da parte di chiunque di arrivare a qualsiasi notizia è possibile abbia portato più danni che benefici proprio perché, invece di moltiplicarsi le fonti affidabili sono aumentate a dismisura fake news e disinformazione. Anche Paolo sottolinea che neppure la religione è immune e che esistono anche diavoli che si nascondono sotto l’abito talare. Allora forse prima di proporre profeti che vengano sommersi e silenziati dall’information overload è sensato provare a mettere ordine nelle nostre comunità, riassoggettare la politica all’etica, rimettere al primo posto le leggi fondamentali del vivere in comune (a partire dalla carta fondante del nostro Paese: la Costituzione).

Il blog di Paolo Cugini




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