Calenda e l'educazione


Carlo Calenda due giorni fa ha twittato una frase che gli ha rivoltato contro - trasversalmente - il web. Ricordiamo che Calenda è stato dirigente d'azienda e Ministro dello Sviluppo economico nei governi Renzi e Gentiloni. Il 3 novembre ha twittato:
Alle critiche ha risposto più volte, in particolare:
L'Associazione Editori Sviluppatori Videogiochi Italiani (AESVI), in un post su Facebook sottolinea la personale avversità di Calenda per il medium che comunque non è stata lesiva del rapporto col settore durante la sua attività politica:


Oggi abbiamo assistito ad una discussione molto accesa in seguito ad un tweet dell’ex Ministro Carlo Calenda sulla necessità di salvare i giovani dai “giochi elettronici” e dalla solitudine culturale ed esistenziale. Abbiamo incontrato Calenda non molto tempo fa, durante il suo incarico di governo come Ministro dello Sviluppo Economico. Ci fece subito presente la sua contrarietà ai videogiochi come genitore, ma nonostante la sua posizione personale ci diede ascolto e sostenne la nostra richiesta di investire sull’internazionalizzazione del settore. Grazie a quell’incontro, gli sviluppatori italiani di videogiochi hanno la possibilità di partecipare a due tra le più importanti fiere del settore, GDC e Gamescom, in uno stand che rappresenta l’Italia come paese. A distanza di qualche anno, la dichiarazione di oggi non ci fa per nulla piacere e non la condividiamo in principio. Ma ci fa capire quanta strada ci sia ancora da fare in Italia per ottenere un riconoscimento culturale e sociale per i videogiochi. Nessuno si sognerebbe mai di fare la stessa affermazione per i film, la musica o i libri. Perché allora per i videogiochi? All’estero oramai si fa a gara per sostenere il settore ed essere in prima linea nell’attrazione di investimenti e di talenti, nella produzione di creatività e innovazione, nella creazione di opportunità di lavoro e di impresa. In Italia ci scontriamo spesso e volentieri con posizioni come questa, a tutti i livelli. Posizioni che nella maggioranza dei casi dipendono dalla mancanza di conoscenza della materia e a volte, purtroppo, anche dalla mancanza di interesse o di disponibilità ad approfondirla, quella materia. La nostra risposta come Associazione è continuare a fare il nostro lavoro di informazione e promozione del settore con competenza e professionalità. Perché l’Italia non rischi di perdere una grande opportunità.
In realtà in tanti hanno parlato, in reazione alle parole dell'ex Ministro, di videogiochi che vorrei per quanto possibile evitare di farlo anch'io. Vorrei al contrario parlare di educazione. Vorrei provare a spiegare perché proibire ai propri figli qualcosa corre il rischio di avere risultati educativi peggiori rispetto al condividere, al guidare, al consigliare (impostazione negativa vs. impostazione positiva). Intanto banalmente perché proibire qualcosa lo rende spesso automaticamente appetibile (il fascino del proibito). In seconda istanza perché proibire i videogiochi è quasi come proibire di respirare: i videogiochi ormai sono ubiqui: li ritrovi su pc, cellulari, tablet, ho scoperto di avere videogiochi anche nel decoder della televisione; molti di essi si possono scaricare o giocare gratuitamente e resta sempre valido quanto raccontato da Kutner e Olson in Grand Theft Childhood di quel genitore che aveva proibito al figlio di giocare a GTA ma quest'ultimo se lo giocava allegramente a casa degli amici. In terza istanza, come sottolinea James Paul Gee in Come un videogioco (ne avevo già parlato cinque anni fa sul Manifesto), i videogiochi sono oggi una forma di socializzazione imprescindibile per ragazze e ragazzi anche al di là dell'attività di gioco vera e propria: non conoscere lo scenario videoludico, le ultime novità nel settore, i personaggi più famosi, diventa un auto-isolarsi dalla rete di conoscenze e competenze dei propri pari.
Non c'è una legge (per fortuna) che imponga di far giocare i propri figli coi videogiochi. Come del resto non c'è una legge che imponga di farli leggere (e il fatto che esponenti del governo o politici ad essi vicini dichiarino di non leggere alcun libro fa pensare che neanche siamo in pericolo d'averla nel breve periodo) o di avvicinarli alla cultura musicale o cinematografica o sportiva. Per questo si considererebbe legittimo ed appropriato un genitore, politico o meno, che dichiarasse a priori di proibire ai propri figli la lettura di libri, la visione di film, l'ascolto di musica, l'attività sportiva? Ognuna di queste attività, assieme a quella videoludica, portano istruzione, educazione, competenze che servono per crescere. Questo non significa che qualsiasi libro sia appropriato per i nostri figli, qualsiasi film, qualsiasi musica o attività sportiva siano adatti a loro. Compito dei genitori non è allora proibire a priori tout court un'attività solo perché in alcuni casi comporta rischi. Riprendendo la distinzione da Baudrillard, non legiferare (vietare) ma regolare l'accesso, proporre le opere positive ed educative, condividere la fruizione delle attività e delle opere coi figli in modo da capire cosa possa esserci di perturbante (anche magari dove non ce l'aspettavamo).
L'ultimo, violentissimo, Grand Theft Auto l'ho giocato assieme ai miei figli e abbiamo parlato assieme delle scene più cruente, non censurandole ma affrontandole in modo che tutti assieme potessimo avere gli strumenti per affrontare analoghe scene magari non più solo virtuali. Fortnite lo detesto ma assisto i miei figli giocare e capisco come la sua modalità principale "Battle Royale" sia stata inserita anche in sparatutto più blasonati come Call of Duty e mi metto d'accordo con loro perché mi facciano avanzare il profilo che in quest'ultimo rimarrebbe altrimenti irrimediabilmente al palo, ed in più ho pure una vaga idea di cosa stiano facendo i ragazzini (e non solo) quando improvvisano buffi balletti per sottolineare la loro soddisfazione (vedi l'immagine all'inizio del post e il relativo video alla fine). Il problema è quando smartphone e tablet vengono usati come babysitter nei tempi morti obbligati della vita giornaliere (le code, i viaggi, le attese) e vediamo i nostri bambini come incantati/incatenati davanti allo schermo permettendoci così di dedicarci ad altre occupazioni. Ma in quel momento non è il tablet o il videogioco ad essere diseducativo, ma siamo noi genitori ad abdicare al nostro compito. Come abdicare è proibire qualcosa perché non ci convince, perché non ci piace, perché non lo sentiamo adatto a noi. Quel proibito diventa un rimosso che prima o poi tornerà ad inquinare i rapporti nostri e/o dei nostri figli.
Per questo, in qualità di Coordinatore del Gruppo di lavoro sul Gaming in biblioteca dell'Associazione italiana biblioteche,  mi piacerebbe che quest'ambiguità quando non avversità nei confronti del medium videoludico da parte del ceto politico italiano sia affrontata non con episodiche fiammate ma con una discussione seria, in una tavola rotonda o in una commissione trasversale in cui includere rappresentanti della politica, della scuola, della cultura della ricerca e dell'industria per scoprire le carte e mettere in pubblico con chiarezza opportunità e criticità del videogiocare.

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