Hashtag Critlib

Ho appena terminato di leggere la raccolta, curata da Karen P. Nicholson e Maura Seale, di saggi presenti nel libro The Politics of Theory and the Practice of Critical Librarianship (Sacramento CA, Library Juice Press, 2018). Si tratta di una raccolta di contributi sulla comunità legata a #critlib di cui riporto la descrizione di Nora Almeida, una della autrici del volume:

#critlib ("critical librarianship") is an intellectual activist movement indebted to both postmodern educational theory and social protest movement culture. [...] As a symbol, the #critlib hashtag evokes a dispersed collective of librarians who ascribe to certain shared values that inform their work in libraries.
[traduzione mia: #critlib ("biblioteconomia critica") è un movimento di attivismo intellettuale debitore sia alla teoria educativa postmoderna (ripetutamente citata nel volume l'opera di Paulo Freire) sia alla cultura del movimento di protesta sociale. [...] In qualità di simbolo, l'hashtag #critlib richiama un collettivo disperso di bibliotecari che si attribuiscono valori condivisi che informano il loro lavoro nelle biblioteche.

I valori condivisi a cui si fa riferimento è precisamente la critica ad una concezione di biblioteca e biblioteconomia come istituzione e sapere neutrali, legati ad una pratica egemonica sulla riflessione teoretica che ciecamente riproduce i valori di riferimento della società a cui appartiene: patriarcato, ideologia neoliberale, supremazia dei bianchi. #critlib diventa allora uno strumento, per bibliotecarie e bibliotecari, che consenta di guardare sempre di più, attraverso la lente della teoria critica (e si fa esplicitamente riferimento alla Scuola di Francoforte), alle istanze sociali e politiche al fine di criticare, destabilizzare, cambiare pratiche normative e convenzioni all'interno della biblioteconomia e della scienza dell'informazione con l'obiettivo di dare spazio alla giustizia sociale, di favorire l'emancipazione dalla dominazione e dall'oppressione.

Mi sia consentito ricordare che qualcosa di analogo, anche se ovviamente con una portata molto più limitata, lo aveva tentato anche un gruppo di bibliotecarie e bibliotecari italiani (sia ricordato il solo Pietro Tumminello, non più tra noi) sotto l'egida di Libr'Aria.

Da questo punto di vista il libro non è che una sorta di "sottoprodotto" della comunità, che vive la sua esistenza su Twitter attraverso chat bisettimanali a cui è possibile partecipare appunto utilizzando l'hashtag #critlib. Gli appuntamenti, con i relativi argomenti, sono preannunciati sul sito http://critlib.org e, sullo stesso, sono riportate anche le registrazioni delle chat per informarne chi non abbia potuto parteciparvi direttamente. L'appuntamento per la prossima chat è fissato per domani, 5 giugno, con il seguente argomento: public libraries and #critlib redux e qui di seguito le domande su cui i partecipanti sono invitati a portare il proprio contributo:

  • Q1. Public librarians engage in critical librarianship all the time, even if it’s not called #critlib. What does that look like in the public library? Where does it happen (in person and online)?
  • Q2. What topics of critical librarianship are public librarians discussing? #critlib
  • Q3. How can other (public, academic, school) librarians encourage public librarians/library staff to participate in the #critlib conversation? What might be some barriers for participation?
  • Q4. How can #critlib become a more all encompassing LIS conversation to include all types of librarianship (academic, law, school, public, etc)?
[Traduzione mia]
  • I bibliotecari pubblici si impegnano costantemente in biblioteconomia critica, anche se non si chiama #critlib. Che aspetto ha nella biblioteca pubblica? Dove avviene (di persona e online)?
  • Quali argomenti di biblioteconomia critica vengono discussi dai bibliotecari pubblici? #critlib
  • In che modo altri bibliotecari (pubblici, accademici, scolastici) incoraggiano i bibliotecari pubblici / il personale delle biblioteche a partecipare alla conversazione #critlib? Quali potrebbero essere alcuni ostacoli alla partecipazione?
  • In che modo #critlib può diventare una conversazione LIS più inclusiva per permettere la partecipazione tutti i tipi di biblioteconomia (accademico, legale, scolastico, pubblico, ecc.)?
 Già dall'argomento di questa chat si può indovinare una delle perplessità che possono sorgere rispetto alla comunità #critlib leggendo i saggi presenti nel volume: che si tratti di una comunità molto autoreferenziale, sicuramente preoccupata di portare attenzione ai valori succitati all'interno soprattutto della biblioteconomia, ma in cui l'attenzione per la riflessione teorica si traduce in un'incredibile mancanza di proposte pratiche per migliorare l'esperienza di utenti diversamente abili o di altre culture. Il focus di quasi tutti i saggi è, da questo punto di vista, l'esperienza (in alcuni casi anche estremamente interessante) di bibliotecari e soprattutto di docenti di biblioteconomia. E' sulle "infrastrutture" delle biblioteche e sulle finalità della teoria biblioteconomica, ma in quasi tutti i saggi l'utente è una sorta di convitato di pietra.

Due esempi. Nel saggio Critical Systems Librarianship di Simon Barron e Andrew Preater si critica il predominio di soluzioni informatiche commerciali per la gestione delle attività bibliotecarie segnalandone la pervasività e l'ubiquità e proponendo al loro posto soluzioni sviluppate localmente in open access. Dimenticando che - fatto salvo il sacrosanto richiamo alla preferenza per soluzioni open access - l'interconnessione e la pervasività dei sistemi serve proprio principalmente a dare una risposta migliore, più veloce, il più possibile efficiente ed efficace all'utente. Soluzioni sviluppate localmente, se possono in maniera più approfondita, rispecchiare le peculiarità locali, rischiano - in un modo o nell'altro - di creare dialetti sempre meno tra loro interoperabili.

Nicola Andrews invece, nel saggio Reflections On Resistence, Decolonization, and the Historical Trauma of Libraries and Academia offre il punto di vista di una maori neozelandese immigrata per motivi di studio negli Stati Uniti che si sente sradicata dalla propria cultura nativa e che per questo si propone:
 I and others like me are working to indigenize libraries...
Ma siamo sicuri che "lavorare per indigenizzare le biblioteche" sia la prospettiva giusta? Lavorare per rendere le biblioteche un posto accogliente per tutti, qualsiasi sia la loro cultura e le loro credenze, dovrebbe essere la mission, non quella di ricusare la cultura dominante (in quanto dominante aprioristicamente considerata sbagliata) per mettere al suo posto altre culture "indigene". Intanto non è detto che tutte le culture indigene siano "sempre" migliori della cultura dominante occidentale. Spesso all'attenzione al diverso, al rispetto (se non altro apparente) per gli altri e della parità di genere, le culture indigene sostituiscono orizzonti fortemente patri- o matriarcali, disuguaglianze, sordità alle differenze. Non un caso che la Andrews sottolinei l'"Historical Trauma Theory" studiato all'inizio negli ebrei sopravvissuti all'Olocausto. Ma se andiamo a vedere cosa succede nella nazione dei figli e dei nipoti di quei sopravvissuti possiamo vedere i crimini nei confronti di un altro popolo, e se non si può parlare di genocidio nei confronti dei palestinesi, di certo la dimensione è quella della sopraffazione violenta.

In conclusione è sicuramente giusto il proposito di lavorare sulla teoria biblioteconomica per sollevare il velo di Maya della neutralità e far sì che bibliotecarie e bibliotecari in quanto "professionisti dell'informazione" si rendano conto e rendano esplicitamente conto nei loro servizi del fatto che l'informazione non è mai neutrale e che perciò mission specifica dell'istituzione e della professione non è una asettica quanto illusoria neutralità, ma piuttosto il rendere quanto più possibile in grado gli utenti di essere non plagiati dalla più o meno bene elaborata "fake news" quanto di essere attori attivi della costruzione della conoscenza nella propria comunità. Per questo alla "pars destruens" della critica manca la "pars costruens" che non può essere altrimenti che la biblioteca come mediatrice consapevole di conoscenza all'interno della propria comunità così come prefigurata nell'Atlante lankesiano.

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