Del perché sono un rompiballe

Bruno Ballardini (da Wikipedia)
Lo premetto e lo ammetto: sono un rompipalle. Non sono uno di quelli che si fa esclusivamente i cazzi suoi senza mai fare caso a quello che gli altri pubblicano sui loro social. No: compatibilmente con lo scarso tempo libero a disposizione sono uno di quelli che se capita su un vostro post, lo legge, se gli piace gli mette il like e se non è d’accordo vi scrive un bel commento spiegandovi perché, secondo lui, le cose non stanno come postate voi. In particolare, avendo una certa competenza di “information literacy”, niente di più facile che, se incautamente condividete una fake news che vi ha incuriosito o fatto indignare, vi venga a riprendere sottolineando come la notizia da voi riportata sia una bufala, linkandovi nel contempo le fonti a sostegno del mio giudizio. Raramente ho tolto l’amicizia o ho smesso di seguire qualcuno. Se escludiamo qualche campione che sarebbe stato maggiormente degno di segnalazione per proferire insulti di natura per lo più razzista, l’unica persona da me bloccata di recente è stata Marco Marcello Lupoi all’epoca dei referendum costituzionali. Come si può leggere più in dettaglio qui, all’epoca Lupoi, sfruttando la sua notorietà tra gli appassionati di fumetti, propagandava il  pubblicando post con la condivisione di articoli a supporto della posizione renziana sull’argomento. Ovviamente ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni, ma mi aveva molto deluso il suo condividere opinioni evitando poi accuratamente il confronto diretto con le critiche (lasciando invece il campo a quelli che avevo definito “ipocriti ma zelanti supporter” che si lasciavano a vicenda il campo una volta esauriti gli argomenti). Personalmente non pubblico nulla di cui non sia disposto a discuterne, ed eventualmente anche, nel caso, a riconoscerne la fallacia (non spesso, ma è successo, con tanto di scuse da parte mia e di ringraziamento a chi mi aveva corretto). Stanco del comportamento “lancio il sasso e nascondo la mano, lasciando semmai ad altri l’onere di difendere quello che scrivo”, ho tolto l’amicizia a Lupoi augurandogli ed augurandomi che tornasse ad occuparsi piuttosto di fumetti, campo in cui è indiscusso esperto. 

Più di recente invece sono stato stupito dal fatto che due “amici” su Facebook non solo mi hanno tolto l’“amicizia”, ma mi hanno pure bloccato. Col risultato “ovviamente” che io ho bloccato loro sia su Facebook sia sugli altri social (che loro avevano invece tralasciato: me la lasciate vero qualche piccola soddisfazione?). 

Il primo è un collega, di cui ometto informazioni non tanto per paura di offenderlo, quanto per rispetto nei confronti di colleghe e colleghi che conoscono entrambi e che potrebbero sentirsi in imbarazzo. Il “casus belli” non riguarda però l'ambito strettamente professionale della biblioteconomia ma piuttosto un post del collega fortemente critico nei confronti di lavoratori aderenti al e dei sindacati proponenti lo sciopero come strumento di lotta reo di causare unicamente disagi ai cittadini. Incappando in un post del genere uno come me, iscritto al sindacato prima ancora di iniziare stabilmente a lavorare (per l’opera persuasiva di mio padre che lo riteneva – stiamo parlando degli anni ’80 – comunque un’organizzazione fondamentale per supportare i lavoratori ed aspiranti tali) e che, all’interno del posto di lavoro, è sempre stato un punto di riferimento sindacale, anche come R.S.U. fin dalla prima istituzione di questo tipo di rappresentanza aziendale (solo ultimamente ho interrotto questo mio impegno ma per motivi personali, non assolutamente per sfiducia o critica nei confronti di tale ruolo). Chiaro che non potevo non essere in disaccordo con la posizione espressa dal collega: sempre fatto salvo il principio della libertà di opinione, la sua mi sembrava un facile attacco di natura populista (lavoratori scioperanti vs. cittadini) piuttosto che una critica costruttiva nei confronti di uno strumento di lotta sindacale che, pur con tutti i suoi riconoscibilissimi limiti, è ancora l’unica arma – per quanto spuntata da regole proprio a tutela dei servizi e dei cittadini – davvero a disposizione dei lavoratori, ben più onerosa nei loro confronti che del cittadino che ha tutte le possibilità di informarsi ed attrezzarsi per tempo a far fronte dei disagi dello sciopero. Per questo, da lavoratore, lo invitavo non solo a condannare, ma a proporre strumenti alternativi, pur notando che le mie critiche si muovevano sempre più su un terreno minato d’insofferenza. Ma non ero stato io ad andare a chiedere al collega cosa ne pensasse dello sciopero: era stato lui ad esprimere le sue valutazioni; cosa lo portava a non attendersi che altri con valutazioni diverse non avrebbero avuto nulla da eccepire? La fede nella capacità di analisi e discussione di bibliotecarie e bibliotecari si è però velocemente scontrata con l’improvviso blocco nei miei confronti. Con conseguente blocco suo da parte mia e non solo su Facebook (dove è avvenuta la discussione) ma anche su TwitterLinkedIN e Google+. 

Bruno Ballardini è invece personaggio assai più noto anche al grande pubblico. Pubblicitario, saggista, corsivista per Il Fatto Quotidiano e collaboratore di giornali, riviste e presente come esperto in approfondimenti tv. Ballardini l’ho virtualmente conosciuto (anche se mai incontrato fisicamente) all’epoca di Ago, BBS creata come strumento di discussione, confronto e informazione alternativa dal Partito Radicale. Negli anni ’90, prima del diffondersi del web, Agorà è stato un luogo formidabile per chi, da tutta Italia e non solo, voleva ritrovarsi a parlare di politica, arte, poesia, informatica e millanta altri interessi. Personalmente sono orgoglioso di tutti i soldi spesi in connessione telefonica e di tutte le ore di sonno perse per farne parte. Non solo voci su Internet, perché all’epoca, senza famiglia, avevo discreta libertà per andare direttamente a Roma (dove comunque era la base di molti dei partecipanti) e conoscerne alcuni direttamente potendo scambiare con loro le idee e continuare nella realtà le discussioni iniziate virtualmente. Su tutti mia sia concesso di ricordare il gentilissimo Arrigo Quattrocchi, esperto di lirica e collaboratore della Rai e del Manifesto (proprio a lui devo la conoscenza con Roberto Silvestri, che per primo mi chiamò a collaborare col quotidiano comunista), purtroppo scomparso ormai da otto anni. Ma torniamo a Ballardini. Ritrovato dopo anni su Facebook sono tornato ad apprezzare la sua verve provocatoria unita ad una competenza assolutamente fuori dell’ordinario nel campo dell’informazione (anche se però con la tendenza a fidarsi eccessivamente di fonti “alternative”). Data la suscettibilità del personaggio ho sempre saputo, avendo idee spesso non in linea con le sue, di camminare sul filo del rasoio, ma il motivo del suo bloccarmi è per me stata una vera sorpresa. Qualche giorno fa ha condiviso – sempre su Facebook – un post dal blog di Francesca Caon dove quest’ultima sostiene l’ipocrisia e l’inconsistenza delle canzoni di Fabrizio De André, reo d’essere stato ricco, con una famiglia influente e di essersi guadagnato il successo non con la bravura ma con le spinte ricevute grazie alla posizione familiare. Mi sono sentito in dovere di replicare che (ora che sono bloccato non riesco più ad andare sul post di Ballardini e sulla mia replica, ma l’avevo copia-incollata in un mio post, perciò posso comunque recuperarla): 
A mio parere il post di Francesca Caon è assolutamente indigesto. Perché? Perché giudica l'arte e le idee col metro del successo e dei soldi. De André arrivava da una famiglia ricca quindi non poteva essere anarchico, non poteva scrivere canzoni (sincere) contro il potere. Personalmente non sono per nulla d'accordo con questa impostazione e penso che siano le sue canzoni che occorra valutare e giudicare. Non me ne frega nulla di quale fosse il conto in banca di De André, di chi fosse figlio, di chi fosse marito, amante, padre. Me ne frega se le sue canzoni mi dicono qualcosa, e se me lo dicono in modo musicalmente piacevole. Ad esempio in Un malato di cuore vedo me stesso ragazzino passato per ed atteso da una lunga teoria di ospedalizzazioni, esami, controlli, incerto sulla possibilità stessa di diventare un adulto come tutti gli altri, e per questa capacità di De André di raccontare me stesso meglio di quanto io stesso avrei potuto fare (ma lo stesso vale per tante altre persone, persino per tanti cattolici, da lui pure intelligentemente irrisi) lo considero un grande artista, forse tra i più grandi nel suo ambito. Il resto sono fregnacce di chi capisce ben poco d'estetica o di chi ne capisce, ma è soprattutto invidioso. 
Ballardini prima cita politica ed etica al che io rispondo che è sbagliato analizzare le canzoni di De André utilizzando queste categorie e occorre piuttosto usare quella estetica: anche nei versi che più paiono ribellistici o anticlericali, occorre che la lettura sia prima sia effettuata con un’ottica estetica senza la quale quei versi perdono la loro intima natura. Infine Ballardini sostiene che ne capisce più di me perché lui ha studiato musica (da Wikipedia: “ha studiato composizione e musica elettronica con Franco Evangelisti presso il Conservatorio Santa Cecilia”). Ma non è che chi sa scrivere possa per questo ambire a fare il critico letterario o chi sa dipingere possa atteggiarsi a critico artistico. Si tratta di competenze diverse e se la conoscenza della pratica musicale è sicuramente estremamente utile per il critico musicale e forse pure indispensabile, non è minimamente sufficiente: entrano in gioco piuttosto la conoscenza delle categorie estetiche, della rete sociale, della dialettica di linguaggi che si intrecciano e si rimandano a vicenda. Mi sembrava un’osservazione banale e quasi scontata. E invece ecco che improvvisamente non mi trovo più né il profilo di Ballardini, né i suoi post (neppure – in quanto bannato – quelli pubblici), né le mie vecchie repliche e like ad essi. Me ne dispiace, ma me ne farò una ragione. Anche lui lo contraccambierò bloccandolo a mia volta sia su Facebook, sia sugli altri social (nonostante infatti il suo snobismo, non s’è avveduto che vedo ancora quello che twitta…). Immagino che la cosa non sarà per lui di alcun interesse. Per quel che mi riguarda invece è assolutamente importante l’onestà intellettuale. Se scrivo qualcosa, lo scrivo perché ne sono convinto e sono disposto a sostenerne la validità di fronte a qualsiasi critico. Ma più di tutto vale il principio popperiano della falsificazione: quello che dico ha valore – anche, ed anzi prima di tutto per me stesso - fino a quando riesco a difenderlo da chi lo critica, da chi sostiene posizioni diverse. Solo in caso non ci riesca allora occorre ammettere che la mia posizione era sbagliata e assumerne una nuova. Ballardini ed il collega, ognuno a suo modo, sono talmente poco convinti di quello che dicono, che scappano e bloccano chi sostiene qualcosa di differente. 

Certo: io sono un rompiballe. Ma preferisco essere un rompipalle ad uno o una che scappa e blocca se criticato/a. Uno o una che fanno della disonestà intellettuale la loro cifra distintiva. A loro ed a quelli come loro dico: buona fortuna e felice di non essere come voi! 

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