Pagine

Follow by Email

mercoledì 19 febbraio 2014

lunedì 17 febbraio 2014

Bibliotecari, machinima e diritto d'autore

Nel volume Machinima! Teorie. Pratiche. Dialoghi a cura di Matteo Bittanti e Henry Lowood (Unicopli, 2013) è presente un saggio che si rivolge direttamente a bibliotecari ed archivisti relativamente al loro approccio alle problematiche dei diritti d'autore e dei vincoli contrattuali imposti dai produttori relativamente ai prodotti digitali, ai “new media” e specificatamente a videogiochi, mondi virtuali e machinima. Si tratta di La frizione che ferma la macchina. Tutto quello che gli studiosi di videogame, i bibliotecari e gli archivisti possono imparare dai creatori in [sic: ma “di”] machinima in materia di copyright proposto da Kari Kraus, studiosa di new media ed appassionata di preservazione di videogame e mondi virtuali, attiva nel progetto Preserving Virtual Worlds condotto dalla UIUC (Graduate School of Library & Information Science, and UI Library) con la partecipazione della Library of Congress (http://pvw.illinois.edu/pvw/). Nonostante quanto riportato dalla Kraus si riferisca principalmente all'orizzonte legale statunitense, le sue considerazioni possono essere utili anche al di fuori del contesto americano dato il progressivo processo di omogeneizzazione delle legislazioni relative al copyright spinto dalle major internazionali dell'intrattenimento.
La Kraus ricorda che sia il privato – e quindi nel suo caso l'artista che utilizza un videogioco coperto da copyright per le proprie creazioni “derivate” come “mod” o “machinima” (ma si potrebbe estendere il tema anche al fenomeno della fan art e genericamente a tutte le creazioni cross-mediali spontanee) – sia il pubblico - impersonato da bibliotecari ed archivisti interessati a conservare e a riproporre nelle attività legate alle rispettive mission i videogiochi e genericamente i prodotti digitali sia originari sia derivati – si ritrovano di fronte da una parte a leggi – che pure dovrebbero garantire spazi di “fair use” - rigide ed incapaci di stare al passo con la velocità dell'innovazione tecnologica, e dall'altra a condizioni contrattuali estremamente svilenti nei confronti del proprio ruolo di creatore/preservatore/promotore.
Utenti privati e utenti pubblici si trovano pertanto di fronte sostanzialmente 4 vie per rapportarsi con i detentori del copyright di videogiochi, mondi virtuali e opere in formato digitale in genere:
  1. Collaborazione amichevole tra le parti interessate (diplomazia, negoziazione, compromessi);
  2. Soluzioni legislative;
  3. Soluzioni giudiziarie […];
  4. Disobbedienza civile.
Normalmente gli utenti privati, in particolare se intendono utilizzare le opere digitali come base per opere derivate (i machinima, appunto, i mod, ecc.) seguono la quarta via che normalmente porta alla prima anche perché sarebbe controproducente per i produttori digitali cercare una soluzione giudiziaria a fronte della pubblicità gratuita portata dalle opere derivate, nonostante possano infrangere alcuni aspetti del copyright. Kraus rileva invece come gli utenti pubblici, tendano a seguire unicamente la seconda strada a detrimento tuttavia delle loro stesse funzioni. Riporto la chiara argomentazione in merito della Kraus:
[…] archivisti, bibliotecari e studiosi di videogiochi dovrebbero smettere di preoccuparsi dei fanatici del copyright, chiedendo il permesso di utilizzare tali contenuti anche quando non è giuridicamente necessario. […]
Archivisti e bibliotecari devono rispettare le normative vigenti. Nondimeno, possono prendere spunto dai produttori di machinima per evitare di diventare complici negli abusi del sistema stesso che vogliono riformare. Il rischio di eccessiva deferenza nei confronti dei detentori di copyright è espresso in modo esemplare da Susan Bielstein in “Permissions, A Survival Guide: Blunt Talk about Art as Intellectual Property” (2006):
Chiedere il permesso (a un titolare dei diritti) con eccessivo zelo e laddove non sia esplicitamente richiesto produce una mentalità acquiescente. L'acquiescenza è una malattia micidiale, radicata nell'ansia e nell'ignoranza, che produce una cultura del permesso coatto […] nel mondo quotidiano della proprietà intellettuale, l'acquiescenza opera sotto il radar della legge. Rappresenta uno spreco di tempo e di denaro. Infine, crea una società vulnerabile agli abusi e ai grossolani ondeggiamenti ideologici della legge.

In italiano esiste per questa acquiescenza il modo di dire “essere più realisti del re”. Dato che l'adeguamento delle leggi è più lento di quanto richiesto dall'innovazione dei new media e delle opere digitali, suggerisce Kraus, è nostro dovere di bibliotecari e bibliotecarie non l'inerzia in attesa che il legislatore ci tolga dagli impacci ma piuttosto studiare gli spazi interstiziali esistenti tra la lagge, le eccezioni che prevede e le licenze (End User License Agreement, o EULA) che i produttori forniscono, nella consapevolezza che – nel rispetto delle leggi vigenti – l'attenzione del bibliotecario e dell'archivista deve preferire, alla tutela del ritorno economico del produttore, la tutela della crescita culturale della comunità.

domenica 2 febbraio 2014

Contro il concetto di compenso per il lavoro

Nella lettura della nietzscheana Volontà di potenza (Friedrich Nietzsche La volontà di potenza Frammenti postumi ordinati da Peter Gast e Elisabeth Forster-Nietzsche; nuova edizione italiana a cura di Maurizio Ferraris e Pietro Kobau, Bompiani, 1995) mi sono imbattuto nell'estremamente interessante aforisma 763:
Sull'avvenire dell'operaio. Gli operai dovrebbero imparare a sentire come soldati. Un onorario, uno stipendio, ma non un compenso! Nessun rapporto fra salario e prestazione! Si deve invece mettere l'individuo, a seconda del genere in cui rientra, in condizione di fornire il massimo nel suo campo.
Questo aforisma è estremamente interessante anche perché in qualche modo risuona in quanto Giovanni Gentile (che si può presumere non conoscesse il pensiero di Nietzsche) dice a proposito del lavoro degli insegnanti. Egli infatti affermava della relativa retribuzione che dovesse consentire loro di svolgere al massimo della loro competenza il lavoro senza esterne preoccupazioni di natura economica che avrebbero potuto distoglierli dal "fornire il massimo" nei loro compiti scolastici. Questo principio viene esteso da Nietzsche sostanzialmente a tutto il contesto lavorativo equiparando qualsivoglia lavoro all'impiego militare retribuito non come "prestazione", ma come garanzia di svolgimento della propria funzione.
Proviamo ad immaginare lo scenario prospettato dall'ipotesi nietzscheano/gentiliana: ogni persona viene retribuita. Mettiamo anche una possibilità di gradazione nelle retribuzioni a seconda del "genere" d'impiego che la persona sceglie di svolgere. Di più: aggiungiamo pure un premio se tale persona nel suo impiego raggiunge risultati che permettono all'azienda, alla collettività di cui fa parte, di migliorare le proprie prospettive. Ma alla base l'ipotesi dei due filosofi è una retribuzione che svincola il lavoro dalla condizione di merce. Il lavoro non è più un prodotto che come gli altri prodotti materiali viene retribuito in base alle leggi di mercato, ma piuttosto è un "servizio" che da diritto a chi lo svolge ad essere mantenuto per svolgerlo.
Questa impostazione comporta un superamento del marxismo economico e del capitalismo con tutte le storture a cui essi ci hanno fatto arrivare.
Non coincide col cosiddetto reddito di cittadinanza, ma cambia la filosofia stessa del rapporto di lavoro. E non si tratta neppure di una rivoluzione al buio, dato che come ci ricorda Nietzsche, questa forma economica relativamente al rapporto di lavoro è già in essere per la dimensione militare. Questo cambiamento potrebbe cancellare la concezione mercantilistica del lavoro ed arrivare alla dimensione, preconizzata da Gentile, di "umanesimo del lavoro".