
Il titolo della nostra tavola rotonda è: “Information Literacy: una scelta strategica per le biblioteche?” Partiamo proprio da questo aspetto: l'IL è strategico nelle nostre biblioteche e soprattutto in che senso lo è?Oggi come oggi l'IL non è una scelta strategica delle biblioteche pubbliche. Il perché lo riprendo dal volume di Laura Ballestra (Information literacy in biblioteca): Oggi in Italia, forse, l'information literacy non può essere altro da quello che è, per almeno due ragioni. E' così come esito di un sistema educativo che sostanzialmente ignora la dimensione della ricerca e dell'indagine documentale come modo di apprendimento abituale degli studenti, quasi fosse possibile creare una società dell'informazione e della conoscenza prescindendo da un'educazione diffusa alla documentazione... La seconda ragione è che i bibliotecari italiani su questo fronte... non hanno mai sviluppato una visione compiuta e condivisa. Ci sono evidentemente esempi egregi di come viene gestito questo obiettivo, ma la differenza tra realtà diverse sta a dimostrare che siamo ancora lontano non solo da pratiche comuni ma addirittura da pratiche che è possibile condividere. In più l'idea che la biblioteca di pubblico servizio possa essere gestita in toto da volontari o da lavoratori precari che arrivano in biblioteche tramite appalti finalizzati unicamente al risparmio economico fanno sì non solo l'IL sia perso di vista ma che lo stesso succeda anche per qualsiasi livello – anche minimale – di reference. Per questo mi sembra assolutamente rilevante il lavoro che l'attuale dirigenza dell'AIB sta conducendo sul riconoscimento della professione. Che non deve limitarsi ad un riconoscimento formale del professionista ma anche sottolineare come di professione e spesso altamente qualificata si tratti. Professione qualificata non solo nelle biblioteche specialistiche ma anche nelle biblioteche pubbliche il cui bibliotecario, non di rado un “one person library” deve assommare su di sé competenze – sia pure senza la specializzazione caratteristica di altri ambiti – estremamente numerose (sviluppo e gestione collezioni, gestione amministrativa, promozione, reference e IL). Solo attraverso il riconoscimento del livello d'impegno e competenze che comporta il lavoro all'interno della biblioteca, rispettando almeno i livelli indicati dal Manifesto Unesco, passa il riconoscimento del bibliotecario come professione. E per certi versi quella dell'IL è una delle attività maggiormente qualificanti ed impegnative.
La situazione attuale e le prospettive per il futuro: quali sono le peculiarità di ciò che stiamo realizzando e di ciò che vorremmo progettare.Troppo spesso l'IL viene lasciato al caso, alla buona volontà, alla disponibilità di risorse economiche e umane, alla presenza di buoni rapporti con le istituzioni scolastiche. Probabilmente abbiamo bisogno di riconsiderare l'IL (ed il servizio di reference come parte specifica di front-office della mission di servizio rappresentata esattamente dall'IL) a livello sistemico – cosa forse più facile per le biblioteche scolastiche/universitarie, molto meno per quelle pubbliche, non sempre efficacimente organizzate in rete – garantendo un livello minimo di risorse che tutte le realtà possano mettere in gioco e iniziando a progettare, nei centri sistema o comunque nelle realtà maggiormente avanzate veri e propri servizi di “information consultant”.
Da sottolineare che nel progettare l'IL oggi la biblioteca pubblica (ma non solo) deve porsi di fronte ad un mutamento significativo di paradigma. Non siamo più di fronte all'esigenza di indirizzare l'utenza ai canali appropriati per il recupero dell'informazione, quanto piuttosto insegnare agli utenti come filtrare adeguatamente le informazioni che gli arrivano in modo automatico tramite le sempre più pervasive tecnologie “push”. Oggi non basta che le biblioteche e i bibliotecari si facciano tramite per la ricerca delle informazioni nel mare magnum documentale elevato a potenza pressoCché ennesima dall'elettronica e da Internet, dato che le informazioni arrivano in modo automatico e sostanzialmente gratuito al nostro utente. Molto più importante diventa allora il sapere come filtrarle e la competenza di riconoscerne il livello di autorevolezza ed affidabilità. Per questo sarebbe importante, ancor più che nel passato, che i bibliotecari siano “geek” ovvero abili a gestire tutti i vari aspetti dei canali comunicativi sia tradizionali sia elettronici. Ovviamente non è pensabile e forse nemmeno desiderabile che il singolo professionista possa gestire tutto contemporaneamente ed ecco allora l'esigenza di gestire all'interno dei sistemi team di persone competenti ed aggiornate nei rispettivi ambiti di competenza. Che possano realizzare sia consulenze “individuali” sia programmi di formazione adeguati a vari livelli di utenza in modo da appianare, per quanto nelle possibilità dell'istituzione, il digital divide che non è più ormai quello tra chi ha e chi non ha accesso alla rete ed agli strumenti informatici, ma piuttosto tra chi – i nativi digitali – riesce a gestire e a personalizzare il flusso informativo e tra chi invece – gl'immigranti digitali – lo subisce in maniera più o meno passiva.
Relativamente a "ciò che vorremmo progettare" proprio il lavoro fatto con le insegnanti del locale Istituto Comprensivo per la promozione - in un'ottica di collaborazione tra scuola e biblioteca - del servizio ReteINDACO mi sta facendo riflettere in questi giorni sull'opportunità di dedicare gli sforzi relativi all'IL non agli studenti, come fatto in precedenza, ma agli insegnanti che possano poi diffondere le abilità acquisite con competenze educative sicuramente migliori di quelle a disposizione dei bibliotecari. Certo m'immagino trattarsi di un'orizzonte non agevole per i bibliotecari universitari, ma per quelli pubblici l'offrire programmi per insegnanti che possano a loro volta trasformarsi in volano di conoscenze e competenze potrebbe rivelarsi un cospicuo miglioramento dell'efficienza dei programmi stessi e un risparmio delle risorse delle biblioteche.
Le attività e le riflessioni sull'IL nelle nostre biblioteche determinano modalità diverse nelle relazioni coi docenti universitari e con gli utenti?La possibilità di impostare coscientemente il livello di IL e di reference sicuramente cambia il livello di rapporto con gli utenti nel senso che possiamo approcciarli non più solo come fornitori di documenti ma come esperti di informazione. Come coloro che sanno riconoscere un problema informativo e scegliere quale strada sia la migliore per risolverlo. A differenza di chi, anche all’interno della nostra professione, crede che la risposta delle biblioteche e dei bibliotecari non debba mai in alcun caso travalicare le richieste espresse dagli utenti fornendo esattamente ed unicamente quello che ci chiedono anche qualora si tratti di qualcosa di palesemente assurdo (attento a quello che desideri, perché sicuramente tu lo otterrai!), penso che il quid che identifica la biblioteca come un servizio utile al cittadino sia precisamente la capacità di interpretare, riorientare le richieste degli utenti, e dare loro la possibilità di esprimerle chiaramente in futuro. In un concetto il riuscire a definire correttamente il proprio problema informativo, che poi è ovviamente il primo passo e quello più importante per risolverlo. Per fare ciò il bibliotecario si deve sempre porre non come semplice “information dealer” quanto piuttosto entrare in rapporto con l’utente attraverso una mediazione che lo rende “information consultant”, collaboratore e facilitatore dell’utente nella ricerca dell’informazione che egli stesso realizza.
Si tratta di un compito eminentemente educativo e contemporaneamente "politico". "Politico" nel senso che la biblioteca, "istituto della democrazia", forma i propri utenti, idealmente intesi come l'intera comunità di riferimento, a compiere consapevoli scelte civiche mediante un'adeguata conoscenza del contesto che deriva dalla capacità d'identificare, filtrare e valutare le informazioni utili. Si tratta di una mission civica di cui si ha la coscienza di quanto sia compito contemporaneamente immenso e inevitabile con un semplice giro su Facebook dove s'inciampa ad ogni angolo in notizie sensazionalistiche e/o truculente (il cane crocifisso, la bambina ammazzata dalla maestra, ecc.) senza che chi le condivide si ponga il benché minimo scrupolo di verificare l'informazione, di confrontare le fonti: operazioni che con pochi click e il "semplice" buon senso ridimensionerebbero quando non del tutto confuterebbero quanto incautamente condiviso. E non si tratta di questioni irrilevanti alla vita quotidiana se pensiamo da un lato al livello di malessere sociale che produconoe dall'altro alle menzogne "di stato" (ad es.: le armi di distruzione di massa di Saddam Hussein) con cui siamo manipolati. Persone che sanno filtrare le informazioni, che sanno valutare le fonti da cui provengono, saranno cittadini più consapevoli, migliori, per qualunque partito esse votino.
Ulteriori mie riflessioni sull'Information Literacy:
- Digital divide 2.0 e biblioteche (slide)
- Bibliotecario: organizzatore, docente, istruttore, consulente (a proposito del libro di Laura Ballestra)
- Reference librarian vs. Information consultant (a proposito del libro di Sarah Anne Murphy)
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