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lunedì 20 agosto 2012

Heidegger, il nazismo e il pensiero

Ho già parlato in due post del libro di Faye (Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia), ma ora, dopo averne conclusa la lettura, vorrei esprimere in modo maggiormente circostanziato il mio parere.

Innanzi tutto tante sono e tali le prove portate e commentate sul nazismo e sul razzismo di Heidegger nelle sue opere che non ha alcun senso tentare, come per altro pure fa Vattimo nella sua recensione già commentata, di negarlo.


Vattimo sostiene:

Il punto è che l'hitlerismo di Heidegger - innegabile dopo il 1933 e mai fatto oggetto da lui di un vero e proprio ripudio, di un atto di pubblico pentimento - non dà luogo a una filosofia razzista, tanto che i molti interpreti che hanno letto e utilizzato Heidegger anche «da sinistra», non lo hanno mai rilevato.

Quello che Faye invece dimostra, e non basta sostenere che non è vero perché nessuno prima se n’è accorto, è esattamente che la filosofia di Heidegger è improntata al nazismo ed al razzismo. Quello invece che mi pare assolutamente da rifiutare del suo ragionamento è che, perché le opere heideggeriane sono improntate al nazismo ed al razzismo, non siano da considerare opere filosofiche.

A p. 445 Faye infatti scrive:

Contro questa perversione radicale del pensiero si deve riaffermare che nessuna filosofia può costituirsi sulla negazione dell’esistenza umana come tale.

Il punto è proprio questo: può un pensiero umano in quanto tale essere definito filosofia o al contrario la sua filosoficità dipende se non solo almeno anche dalla sua caratterizzazione politica: nazista, fascista, comunista, liberista, aristocratica, democratica, liberale, capitalista, ecc.?

Faye riporta agghiaccianti passi di Heidegger dove questo sostiene che nessuno è morto nei campi di concentramento nazisti perché la morte è un esperienza riservata agli esseri umani mentre i campi possono essere equiparati ad allevamenti industrializzati. Invocheremo un destino tragico per i polli uccisi per essere impacchettati e venduti nei supermercati? Perché dunque dovremo fare una tragedia per la sorte degli ebrei, evidentemente non abbastanza “umani” per essere considerati in grado di “morire” dato che “La morte appartiene all’esserci dell’uomo fatto avvenire in base all’essenza dell’Essere” (testo ripreso dalla conferenza Il Pericolo citato da Faye a p. 430)? Ma la posizione di Faye corre il rischio di portare all’assurdo opposto: negare che nei campi di concentramento sia avvenuto uno sterminio non perché come sostiene Heidegger gli ebrei non sono esseri umani ma perché non sono esseri umani i nazisti che l’hanno compiuto. Se i nazisti non sono esseri umani, ovvero non sono in grado di pensare filosoficamente come invece è a disposizione dell’essere umano, allora lo sterminio dei campi di concentramento diventa - come sostiene Heidegger, anche se per il motivo opposto - una disgrazia come lo è una carestia o una valanga ma non uno sterminio voluto e, in quanto voluto, frutto di una decisione conseguente ad un atto del pensiero.


Al contrario dobbiamo sostenere l’essere umano sia degli ebrei, vittime dei campi di concentramento dove la loro morte è stata contemporaneamente morte di esseri umani e morte della civiltà moderna che in quel tragico epilogo è tramontata, sia dei nazisti, carnefici nei campi perché coscientemente hanno pensato di poter dimostrare il destino di presunta superiorità della loro presunta razza dominando e distruggendo le presunte altre razze. Il negare che possa essere filosofo Heidegger è lo stesso che il negare che possa esser filosofo chiunque pensi all’interno di un qualsiasi altro orizzonte politico o razziale. Negheremo dunque anche a Marx o a Gramsci di poter essere filosofi perché comunisti? Negheremo a Croce o a Popper di poter essere filosofi perché liberali? Si obietterà che costoro non hanno avallato lo sterminio di un popolo? Ma i primi sono sostenitori della lotta di classe e i secondi giustificano implicitamente la povertà di larga parte della popolazione. 


Non ha ragione Vattimo quando sostiene che il pensiero di Heidegger non è nazista e razzista perché ci sono molti heideggeriani anche di sinistra sparsi per il mondo, e tuttavia quando Faye critica ad Heidegger di non essere riuscito a capire il fondamento della sentenza hegeliana secondo cui il reale è razionale, avrebbe dovuto capire come tale sentenza doveva essere istruttiva per le sue stesse conclusioni. Se tanti pensatori in tutto il mondo riflettono sui problemi posti da Heidegger, non vorrà dire che tali problemi dipendano meno da un riflettere nazista e razzista, ma - il reale è razionale - significa che tali problemi sono comunque cogenti per il pensiero, ed in quanto tali sono filosofia.


Non con questo il libro di Faye è meno utile e le sue esortazioni a porre attenzione alle origini - naziste e razziste - della riflessione heideggeriana meno essenziali. Ma non di meno è necessario leggere e studiare Heidegger perché egli è davvero il filosofo dell’abisso e del tramonto dell’Occidente. Un Occidente che pensa di aver superato senza possibilità di ritorno quell’abisso, ma al contrario quella che stiamo vivendo non è che una lunga parentesi e la dimostrazione di ciò è che il pensiero là si è fermato non essendoci all’orizzonte nessuno nuovo sistema filosofico che possa inquadrare la cosiddetta contemporaneità. Cosa ci sarà oltre questa parentesi sarà determinato anche dalla capacità di pensare Heidegger ed il nazismo per superarli in qualcosa che oggi ancora non c’è. In alternativa il ritorno del pensiero di destino dell’uomo in forma di popolo ritornerà a dettare le vicende umane, anche se il popolo non si chiamerà magari nazista o ariano ma Islam o anti-Islam, o anche “solo” capitalismo.

martedì 7 agosto 2012

Ancora su Heidegger: la difesa di Vattimo

Dopo aver scritto (anzi, mentre scrivevo) il post precedente m'è accaduto di ruminare la risposta di Vattimo (http://www3.lastampa.it/libri/sezioni/il-libro/articolo/lstp/457017/) al libro di Faye, perché sostanzialmente Vattimo fa emergere una questione che già m'era balenata, ma la presenta come difesa d'ufficio dell'uomo-Heidegger. Cosa che mi lascia invece perplesso.

Ha ragione Vattimo sul fatto che il sapere (egli continua a dubitarne, ma le prove che porta Faye sono tante e talmente circostanziate, che un ipotetico tribunale non potrebbe tenerne conto) Heidegger nazista e razzista non annulla per ciò stesso la sua filosofia. Faye aggancia la condanna per razzismo e nazismo all'uomo alla condanna per razzismo e nazismo alla sua filosofia, sostenendo per ciò stesso che la dottrina di Heidegger non è filosofia ma in qualche modo aberrante ideologia ponendo in equivalenza Essere e tempo e il Mein Kampf.

Sebbene trovi indecorosa da parte di Vattimo la difesa ad oltranza di Heidegger uomo (come del resto sottolinea François Rastier: http://www.left.it/2012/07/19/vattimo-e-le-mani-sporche-di-heidegger/5351/) non trovo inammissibile pensare le questioni poste filosoficamente da Heidegger. In questo senso Vattimo avrebbe fatto meglio, invece che cercare di sostenere l'insostenibile (ovvero che Heidegger non era un razzista), a mettere al centro della questione il nucleo fondante del pensiero heideggeriano, che del resto è alla base anche del vattimiano "pensiero debole" ovvero il nascondimento dell'essere. Al di là di ogni dubbio sulla moralità e sull'eticità di Heidegger quello che oggi dobbiamo ammettere è che il mondo, in particolar mondo il mondo Occidentale, ha sempre più smarrito il fondamento della propria esistenza, ed a causa di questo smarrimento è in preda a convulsioni ed incapacità di ripristinare una rotta nella propria esistenza.

Detto questo, cioè ammessa la critica fondamentale alla contemporaneità posta da Heidegger, occorre anche dire che tale critica non ci basta, non basta l'ontologia, occorre anche un etica che ci guidi verso una nuova rotta, un nuovo disvelamento. E' qui l'abisso non solo nel pensiero di Heidegger ma anche in tutto il "pensiero debole": l'incapacità o il rifiuto di trasformare l'analisi in proposta, in programma, in politica. Una politica, un'etica pubblica differente dal "sangue e suolo" che oggi come oggi ci porterebbe a null'altro che ad un Nuovo Medioevo.

Heidegger, Gentile e il futuro dell'Europa


Mettiamo a confronto Heidegger, in qualità di “filosofo” del nazismo così come delineato nel libro di Faye (Emmanuel Faye Heidegger, l’introduzione del nazismo nella filosofia, L’asino d’oro, 2012 <http://www.lasinodoroedizioni.it/libri/18/heidegger-l-introduzione-del-nazismo-nella-filosofia>), con Gentile come “filosofo” del fascismo così come comunemente (e in alcuni casi “orgogliosamente”) inteso.

Faye ci mostra come la filosofia di Heidegger sia intrisa di razzismo legato ad una concezione di superiorità del popolo tedesco come portatore di un destino legato al sangue ed al suolo. Evidente qui la differenza filosofica di Gentile che, pur sostenendo personalmente il fascismo, non arriva a piegare l’attualismo alla mera giustificazione del regime. Infatti per Gentile il soggetto non è un popolo razzialmente connotato e neppure un’ideale di nazione (come superiore ad altre) ma piuttosto lo Stato (non a caso definito “etico”) come unione concreta di uomini che si riconoscono in una storia comune. Che il razzismo sia alieno non solo alla dottrina gentiliana, ma pure al suo sentire personale, è testimoniato dall’accoglienza nell’Enciclopedia Italiana da lui curata di studiosi di origine ebraica e dalle critiche per questo ricevute. In più lo Stato etico non può essere uno stato razziale perché essendo la razza un accidente biologico non ha diritto ad essere considerato (se non in astratto, per stati eventualmente diversi dall’Italia o dalla Germania, , che non abbiano visto nella loro storia l’apporto culturale e quindi spirituale di differenti etnie) un elemento in grado di definire l’eticità dello Stato. Di più: ponendosi come fattore di divisione all’interno dello Stato, una legge razziale si qualifica automaticamente come astratta ed ingiusta.

Proseguendo nel raffronto sulle espressioni politiche delle due filosofie è interessante tentare di capire quale potrebbe essere il giudizio dei due filosofi sul “governo tecnico” attualmente in carica nel nostro paese. Probabilmente tale governo sarebbe deprecato da entrambi, ma con motivazioni sottilmente diverse. Heidegger ci farebbe osservare come il “tecnico” del governo tecnico non è che un nascondimento dell’essere, ovvero delle vere motivazioni politiche del governo stesso. Ma probabilmente concluderebbe attendendo il tramonto della tecnica (del governo tecnico) al fine del pieno dispiegamento dell’essere, ovvero di una politica che a questo punto rischia di non essere altro che la ribellione rivendicativa del popolo sulle élite economiche (come per altro successo di recente in Argentina). Anche per Gentile un governo tecnico è una contraddizione in quanto il governo dev’essere l’espressione della volontà dello Stato ed in quanto tale deve essere legittimato e legittimarsi come politico. Ma per Gentile, se ogni legge in quanto tale è volontà dello Stato e quindi di per se stessa valida ed autorevole, la ribellione contro quella stessa legge è legittimata dal suo riuscire a sovvertirla ed a diventare essa stessa nuova legge. Per questo la ribellione è negativa solo quando astratta, cioè solo quando non riesce a concretizzarsi in nuova legge. Il governo tecnico in quanto tale è astratto, astratto perché tecnico, mentre la natura etica dello Stato necessita di risposte etiche e quindi politiche, non formalmente limitate dalla necessità di risolvere problemi in qualche misura contingenti. Un governo per uno Stato dev’essere per Gentile sempre portatore di una integrale visione dello Stato stesso. Per questo, alla luce dell’attualismo, intanto, essendo governo, il governo Monti è un governo con una visione etica, ma nel negarlo svela la propria doppiezza ed astrazione. In un momento come questo la posizione attualista potrebbe aiutare a riaffermare, in Italia ed ancor più in Europa, il primato necessario della politica come visione (e programma) per governare il futuro dei popoli, italiano ed europeo, che tragga le radici dal passato comune. In assenza di tali prospettive il destino possibile e probabile per l’Europa è un futuro di nuove divisioni, e conseguentemente di nuovi nazionalismi, nuove esaltazioni di sangue e suolo nazionale, gli uni contro gli altri e tutti contro uno spauracchio comune, forse di nuovo la plutocrazia giudaica, forse il terrorismo islamico, chissà.

Oggi l’Internazionale dei lavoratori non è più un vessillo in grado di catalizzare, anche polemicamente, l’attenzione politica. Forse potrebbe farlo una versione aggiornata dello Stato etico? Uno Stato etico non limitato all’Italia, ma esteso all’intera Europa, in grado di coagulare i diversi popoli in una visione politica comune. Tenendo conto che Stato etico non significa necessariamente fascismo, ed anzi per certi aspetti è il comunismo la forma perfetta di Stato etico in quanto la cosa pubblica è letteralmente di tutti i cittadini. In particolare l’obbiettivo della realizzazione dello Stato etico europeo sottrarrebbe il primato all’economia – in particolare alla finanza ed ai mercati – che genera capitale non aumentando ma sottraendo risorse al lavoro e quindi all’economia “reale”. L’economia – e specialmente la finanza e i mercati – devono tornare ad essere strumenti al servizio del programma politico di unione dell’Europa, d’integrazione dei popoli e di sviluppo sostenibile e coordinato dell’intero continente.

Se i legami finora di natura economica (la moneta unica) e commerciale non si estendono a legami politici, vera e propria identità dei popoli europei nello Stato Europa, ben presto le divisioni si appesantiranno sfaldando i legami esistenti e provocando nuove rotture e sprofondamenti nei localismi in una vera e propria balcanizzazione dell’Europa.