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giovedì 28 marzo 2013

Biblioclastie


Ho recentemente terminato la lettura del settimo volume della collana “Conoscere la biblioteca” (Editrice Bibliografica) dedicato a La biblioteca raccontata a una ragazza venuta da lontano. Non vorrei qui però tanto parlare del pur interessante libro di Cecilia Cognigni (se proprio un peccato veniale è da trovarvi si tratta al più di certa “torinocentricità” di qualche passaggio) ma di una situazione incontrata agli albori della mia professione bibliotecaria che in qualche modo interseca l’esposizione dell’autrice.

Il capitolo in questione è quello dedicato alla “biblioclastia” ovvero alla distruzione dei libri finalizzata a distruggere fisicamente le idee degli avversari. Cognigni parte dalla distruzione della Biblioteca di Alessandria, passando per i roghi nazisti ed arrivando al bombardamento della Biblioteca nazionale a Sarajevo e al saccheggio della Biblioteca nazionale di Baghdad. Esempi certamente eclatanti di come regimi non democratici impongano la propria ideologia tramite la distruzione fisica delle idee non allineate. Ovviamente non possono non tornare alla memoria di ognuno come simbolo stesso della follia totalitaria i roghi nazisti - a cui parteciparono anche alti intellettuali come Heidegger - a cui la democrazia dovrebbe opporre il rispetto delle opinioni, anche di quelle più lontane dal proprio sentire. Non è un caso che la mission della biblioteca pubblica sia così chiaramente esplicitata dalle parole del Manifesto IFLA/Unesco del 1994:

La raccolte e i servizi non devono essere soggetti ad alcun tipo di censura ideologica, politica o religiosa, né a pressioni commerciali.

Ed è proprio qui che s’inserisce la mia esperienza leggermente divergente da questa “vulgata”. Ho preso servizio per la prima volta in biblioteca nell’ormai lontano 1987 e, successivamente al mio arrivo, sono iniziati lavori di ampliamento che hanno praticamente raddoppiato le due stanze a disposizione all’epoca. Ovviamente c’è stato un gran lavoro di spostamento dei libri presenti e nelle varie movimentazioni è spuntato un cartone di libri timbrati e collocati che tuttavia non figuravano né dal catalogo (all’epoca ovviamente cartaceo), né dai registri di collocazione, né dall’inventario. Si trattava di testi sul fascismo di epoca fascista. Tra di essi Le favole fasciste di Trilussa, Colloqui con Mussolini di Ludwig, Vita di Mussolini di De Begnac, eccetera. I registri d’inventario dell’epoca non erano presenti (in realtà sono stati trovati in seguito, ma di questo accennerò più avanti) e il registro di collocazione era stato riscritto in modo curioso. Ad esempio la collocazione su Colloqui con Mussolini di Emilio Ludwig (A. Mondadori, 1932) era Z-XXVII-6 che, nel linguaggio collocatorio del bibliotecario che aveva gestito all’epoca la biblioteca, significava sostanzialmente che il libro doveva essere collocato al 6° posto dello scaffale “battezzato” “Z-XXVII”. Nel registro di collocazione di questo scaffale c’è un numero progressivo e un numero di collocazione. Il progressivo è continuo mentre nei numeri di collocazione ci sono lacune, tra cui appunto il n. 6. La mancanza di cancellazioni di qualsiasi tipo e la apposizione di un progressivo continuo sta ad indicare che il registro non è stato corretto ma proprio riscritto. Il mistero della totale assenza di registri inventariali antecedenti agli anni ‘60 - tra l’altro un grosso problema quando si è provveduto ai vari interventi di recupero informatizzato del pregresso dato che sui volumi stessi era presente esclusivamente la collocazione - è stato parzialmente risolto da una tesi di laurea che ha studiato, tramite i documenti dell’archivio storico, la genesi del nucleo originario delle collezioni della Biblioteca. La studiosa che ha compiuto la ricerca - tra l’altro una brava collega di un Comune vicino - è riuscita a vedere i registri originali di inventario detenuti dal bibliotecario dell’epoca e mai consegnati per una controversia con l’Amministrazione. Già da sola questa peculiarità renderebbe interessante tale ricerca ai fini di una sua pubblicazione per mettere in evidenza al pubblico ed ai ricercatori non solo locali le contraddizioni della democrazia (senza che tale possibilità sia stata presa in considerazione da alcuno).

In sostanza questo episodio, nel suo piccolo, ci mostra come non siano unicamente le dittature, i regimi totalitari od oscurantisti ad eliminare fisicamente i libri per cancellare le idee della parte avversa, ma anche nella democrazia recente si vengono ad attuare forme di censura sia preventiva sia distruttiva nel tentativo di riscrivere la storia. Se sono comprensibili - anche se forse non giustificabili - le vendette personali alla fine di un conflitto che si è sviluppato in drammatica guerra civile, non sono né comprensibili né giustificabili in un’ottica democratica il cancellare il passato anche ideologico di un’istituzione. Al contrario conoscere e favorire la conoscenza della storia e delle ideologie che in essa si sono esplicate dovrebbe essere l’impegno di tutti quanti sono coinvolti a qualsiasi titolo nella gestione della cosa pubblica. Ma evidentemente è fin troppo facile dimenticarsi di quanto è scomodo ricordare, ovvero, nel nostro caso, che anche alle origini del nostro sistema di vita ci sono rimozioni, cancellazioni, vere e proprie biblioclastie, non meno terribili perché effettuate lontano da occhi indiscreti piuttosto che in piazza come monito esplicito.

Per concludere i libri ritrovati - sicuramente non tutti quelli presenti in origine - sono stati ricollocati in una sezione a sé da un lato perché non avrebbe avuto senso tornare a disperderli nella collezione generale e dall’altro perché l’enuclearli in un gruppo omogeneo aveva il significato di indicare la storia di questo che di fatto è diventato un piccolo fondo a sé stante.

mercoledì 27 marzo 2013

Paolo Cacciari e il M5S

Paolo Cacciari sul Manifesto di ieri (26 marzo 2013) scrive:
 
Forza Beppe, tieni la barra! Capo Horn non è ancora stato doppiato. Sirene interessate ti vogliono far spiaggiare. Fuor di metafora, se il M5S dovesse venire già ora riassorbito nella logica della mediazione (qualche volto presentabile, qualche grande opera in meno, qualche risparmio nelle spese...) svanirebbe anche questa occasione per cambiare ciò che realmente conta: l'assetto dei poteri democratici. Ce lo ha fatto capire con cinico disprezzo il Mario che conta (quello Bce) per rassicurare i "mercati" e gli "investitori": in Italia è stato innescato il "pilota automatico". I nostri politici si stanno battendo non per pilotare l'aereo, ma per fare gli steward e le hostess.
[...]
A sinistra non l'abbiamo capito ancora (mi ci metto generosamente anch'io, così non partecipo al gioco dello scaricabarile). Se il M5S ha vinto è perché è stato l'unico soggetto politico ad avere colto la crisi di credibilità non solo del sistema della rappresentanza (i partiti: tappi che hanno ostruito i canali della partecipazione), ma del sistema dello stato liberal-democratico nel suo insieme. La loro proposta-sfida di un Parlamento dei cittadini coglie il centro del problema. Vogliamo parlarne?
Spero che il terremoto del M5S si assesti solo dopo aver cambiato qualche struttura di valore costituzionale. [...]
La mission del M5S non è negoziare, ma rompere e modificare le regole del gioco: dentro-contro-oltre. Per ora sono solo entrati. L'unico dubbio che ho è se sia giusto affidare un simile impegnativo mandato a una simpatica coppia di maturi uomini benestanti, bianchi, di genere maschile, che ancora non ho capito cosa intendano per "democrazia dei cittadini": Comune di Parigi o democrazie popolari a partito unico? Consiliarismo e mutualismo o "democrazia degli antichi"? le "Repubbliche minime" di Hannah Arendt, lo Swaraj di Gandhi, il bioregionalismo di Panikkar, cos'altro? [...]
 
Probabilmente questo discorso avrebbe un senso se la situazione economico-sociale fosse meno drammatica di quella attuale. Onestamente a me, leggendo i riferimenti colti di Cacciari viene in mente un riferimento molto meno colto (indubbiamente ciò dipende dalla rispettiva istruzione): una vecchia vignetta di Forattini dove un’Italia raffigurata come una donna con tunica e corona si trascina in ginocchio schiacciata da enormi palazzi che le crescono sulla schiena. La didascalia diceva: “Condonata a morte”. Ecco: nella situazione attuale basterebbe correggere la vignetta mettendo sulla schiena della povera Italia un (o anche un) seggio elettorale e cambiare la didascalia in “Condannata a elezioni fino a morte”.
 
Parlare dei partiti come “tappi” che ostruiscono i canali della partecipazione è demenziale non tanto perché sia falso, ma perché tale condizione viene opposta a quella del M5S che invece evidentemente questa partecipazione avrebbe consentito. È evidente che Cacciari non si è dato pena di leggere l’illuminante analisi dei Wu Ming (“Perché “tifiamo rivolta” nel Movimento 5 Stelle: http://www.wumingfoundation.com/giap/?p=12038) altrimenti avrebbe visto che i veri clamorosi “tappi” delle ultime elezioni sono stati esattamente Rivoluzione Civile da una parte ed il Movimento 5 Stelle dall’altra.
 
Rivoluzione Civile da una lato, imponendo logiche da coalizione di partiti al movimento che in qualche misura era cresciuto ed aveva cercato una voce, ha spinto molti attivisti al non voto o a supportare il movimento di Grillo, verso cui da parte di molti c’era una dichiarata simpatia. Il Movimento 5 Stelle dall’altro, come ben mostrato dall’analisi dei Wu Ming, ha deviato la protesta nei confronti dei meccanismi capitalistici dell’economia e della finanza espressi con grande forza ed evidenza negli altri paesi americani, africani ed anche europei, e l’ha canalizzata nei confronti della “Kasta”. Ora è evidente come sia comprensibile e giustificato il risentimento nei confronti dell’incapacità della politica italiana a gestire la crisi ed ancor più della corruzione che nonostante la crisi ha allignato presso ampi strati della nomenklatura politica nazionale e locale. Tuttavia tale giusto risentimento è altra cosa dalla risoluzione dei motivi strutturali della crisi per cui occorrono governo ed iniziative forti sia all’interno del Paese che all’esterno e precisamente in Europa. Tutt’altra cosa dell’invocare populistici referendum contro l’Euro.
 
Ecco allora che, in queste condizioni il M5S ha di fronte a sé due possibilità. Una è quella che paventa Cacciari, ovvero trovare una mediazione e sostenere un esecutivo che possa fare le riforme e prendere alcune misure condivise indispensabili per iniziare ad uscire dal pantano in cui si ritrova il Paese (dato per altro che nonostante le affermazioni roboanti, il M5S non è né il partito ad avere preso più voti, né il partito con maggioranza assoluta o relativa in nessuna delle due Camere del Parlamento). Un’altra è quella di fare una propria “Marcia su Roma” e ottenere il “100%” dei consensi - come auspicato da Grillo - per rivoltare il Paese. Il “tertium” che, ben lungi dall’essere “non datur”, è invece oggi l’ipotesi che sembra più probabile è il ricorso ad elezioni anticipate con l’attuale Porcellum e senza che nessuna misura strutturale per il risollevamento dell’economia reale e della società sia stata presa con ulteriore esborso di denari pubblici e nell’interregno proprio con quel “pilota automatico” imposto dalla BCE e dal FMI che pure Cacciari giustamente depreca. Ed il risultato quale potrebbe essere se non un’ulteriore stallo: beffa per i sostenitori del “cambiamo tutto” che non ottengono altro che il contrario ovvero il non cambiare nulla e un danno estremo per tutto il Paese.

lunedì 4 marzo 2013

Il referendum sull'Euro e l'autarchia

Al sentir riproporre in questi giorni da Beppe Grillo la proposta di un referendum sulla permanenza dell'Italia nell'Euro (per altro proposta che Grillo copia alla Lega Nord, giusto per inquadrare storicamente la situazione) non posso non deprimermi. E pensare che il parallelo più calzante alla proposta grillina è l'autarchia mussoliniana. Con la differenza che mentre l'autarchia per Mussolini diventò un potente strumento propagandistico, per l'Italia d'oggi corre il rischio d'essere una cura peggiore del male. E' un po' come se vedessimo una persona coperta dalle pustole del morbillo e pensassimo di curarla tentando di cancellare le pustole con della carta vetrata.

Il problema dell'Euro non è la moneta unica ma piuttosto le politiche economiche di austerità che hanno fatto sfociare (come ammesso dai vertici stessi europei) la crisi economica nella recessione. Ora quello che il nuovo governo italiano dovrebbe chiedere all'Europa, sostento dall'appoggio e dalla condivisione di obiettivi dai governi di Portogallo, Spagna, Francia e Grecia, una radicale inversione di tendenza alla politica europea di rigore e di austerità almeno fino alla fine della crisi ed al ritorno relativamente stabile di un trend di crescita (come ho scritto nel punto 5 di 5 proposte per una sinistra presentabile).

L'alternativa potrebbe essere appunto la sospensione unilaterale dai trattati europei, ma la forza politica in questo caso sarebbe assai diversa rispetto ad un'iniziativa meramente populistica ed isolazionista e potrebbe e anzi dovrebbe tentare di coagulare un'idea diversa di Europa, se vogliamo "mediterranea" unendo gli altri paesi già citati nelle nostre condizioni, ed eventualmente cercando di aggregare altri stati del Mediterraneo (quelli dei Balcani, la Turchia, il Maghreb) in un'area i cui vincoli non siano esclusivamente economici ma anche collaborazione tecnica e sociale.

Tra l'altro potrebbe anche essere una via per imbrigliare (leggi: non combattere ma controllare e governare) i flussi migratori sia di lavoratori sia di capitali, flussi che stanno devastando economicamente e socialmente tutti i paesi che ne sono oggetto tanto da essere visti essi stessi flussi, populisticamente, come la causa prima della crisi.

Lascio alla riflessione una strofa da Italia SPA dei 99 Posse (non collego nessun video perché tutti quelli trovati su Youtube sono remixati in un modo che non mi piace):
Chiariamo bene
nnuje ’o rre Burbone ‘o schifamm ‘a pazz
ma ce ne passa p’o cazz pure ‘o tricolore e del delirio patriottico
di ogni singola nazione
‘a bannera nosta è semp ‘a stessa
è rossa
rossa comm o sanghe d’o brigante d’o palestinese d’o militante
del partigiano con le scarpe rotte
che attende in agguato nella notte
d’o libico dell’algerino dell’egiziano
e di ogni essere umano
e il Sud a cui noi guardiamo è il Sud del mondo
il risultato geopolitico di un malessere profondo
l’urlo che viene dai dannati della terra
tra l’incudine dei dittatori
e la risposta umanitaria della guerra
perciò invece ‘e festeggià i 150 anni dell’azienda
gettiamo le basi di una vera unità
che guardi anche oltre il confine nazionale
di una terra compresa tra le Alpi e il mare
guardi al Mediterraneo in rivolta
e ad ogni singolo barcone
che in mezzo a questo mare cerca una speranza nella notte