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domenica 21 luglio 2013

L'attualità dell'attualismo e la truffa della democrazia (fasulla)

Sto leggendo in parallelo due libri per certi versi molto diversi: La volontà di potenza, la raccolta di frammenti postumi di Friedrich Nietzsche - ordinata dalla sorella assieme a Peter Gast e riproposta in Italia in una nuova edizione nel 1992 a cura di Maurizio Ferraris e Pietro Kobau -, testo utilizzato pretestuosamente come giustificazione filosofica del nazismo, ma contemporaneamente utilizzato da esegeti del calibro ad esempio di Martin Heidegger nel suo Nietzsche (Adelphi, 1994); e Le due Italie di Giovanni Gentile (Il Mulino, 1998) con cui Gennaro Sasso cerca di mostrare come l'attualismo gentiliano sia una filosofia estranea al fascismo. Dato che circa 25 anni fa avevo sostenuto tesi analoghe nella mia tesi di laurea su Autorità e libertà nel pensiero pedagogico-politico di Giovanni Gentile ero curioso di vedere come conducesse la propria argomentazione Sasso, anche perché se avevo sostenuto (e, mi sembra, provato) che l'attualismo è del tutto alieno al fascismo repubblichino, avevo al contrario trovato consonanze non casuali col fascismo rivoluzionario, quello stesso fascismo a cui Gentile aderì negli anni '20 sostenendone la continuità con l'ideologia liberale correttamente interpretata. In realtà, pagina dopo pagina, nonostante la difficoltà nel seguire l'involuta prosa di Sasso, mi sono reso conto che le motivazioni addotte da Sasso non sono affatto convincenti. Questo perché, nonostante il libro sia dedicato a dimostrare – come sostiene la quarta di copertina – che quanto si radica nell'interpretazione che fornì della storia medievale e moderna dell'Italia, di altrettanto l'adesione che nel 1923 Giovanni Gentile dette al fascismo è estranea al suo pensiero filosofico, rigorosamente inteso nel suo nucleo logico, in realtà quello che fa Sasso è tutt'altra cosa. Gennaro Sasso per mostrare la difficoltà dell'adesione dell'attualismo all'ideologia politica fascista compie un percorso di critica dello stesso attualismo fondamentalmente negando non solo il valore dell'attualismo come riforma della dialettica hegeliana, ma negando il valore stesso della dialettica nel suo essere spiegazione della trasformazione e dell'evoluzione, ritornando sostanzialmente - severinianamente - alla parmenidea contrapposizione di essere e non essere. L'impensabilità della dialettica, specificatamente della dialettica attualistica, rende agevole a Sasso criticare il concetto e l'interpretazione della storia gentiliani, tralasciando però che nell'attualismo il concreto è l'atto, il farsi presente: il passato, qualsiasi passato è un astratto che si concretizza nel presente. Per questo qualsiasi interpretazione è cogente solo in misura del suo attualizzarsi rispetto ai concreti problemi del soggetto non in una ricerca fine a se stessa e quindi astratta. E quindi la critica alle varie interpretazioni gentiliane del Rinascimento e del Risorgimento se ha un indubbio senso storico ha però scarso rilievo filosofico di fronte ad una filosofia come l'attualismo: è l'inefficace perorazione del valore di un'esposizione astratta della storia che dovrebbe negare gli effetti concreti dell'interpretazione gentiliana ossia la sua adesione al fascismo. In realtà dunque tale negazione ha sapore puramente astratto, vale a dire inefficace, e mi pare piuttosto che una critica all'adesione gentiliana al fascismo vada condotta non demolendo l'attualismo stesso, ma piuttosto andando a verificare se, presupponendo valido l'attualismo come criterio politico, esso giustifichi o meno il fascismo (e piuttosto quale, dato che anch'esso non è un corpus ideologico e storico monolitico).

Tuttavia, la lettura parallela dei due volumi ha fatto emergere un insospettato punto di contatto che mi ha permesso di tornare a riflettere sull'attualismo come filosofia politica, soprattutto alla luce della situazione attuale. Tale riflessione parte proprio da un passo della Volontà di potenza.
Nietzsche scrive infatti nell'aforisma 419 che: La filosofia tedesca nel suo complesso – Leibniz, Kant, Hegel, Schopenhauer, per nominare solo i grandi – è la più radicale forma di romanticismo e di nostalgia finora esistita: l'aspirazione a ciò che di meglio fosse mai esistito. La nostalgia è nei confronti della originaria cultura greca ed egli approfondisce così il giudizio: Si vuole tornare indietro, attraverso i Padri della chiesa fino ai Greci, dal Nord verso il Sud, dalle formule alle forme; si gode anche la fine dell'antichità, il cristianesimo, come di una via d'accesso all'antichità, come di un buon frammento del mondo antico, come di uno scintillante mosaico di concetti e giudizi di valore antichi. Gli arabeschi, i ghirigori, il rococò della astrazioni scolastiche – sempre meglio, cioè più fini e più tenui, della realtà contadinesca e plebea del Nord europeo: comunque, una protesta della superiore spiritualità contro la rivolta dei contadini e della plebe che è diventata padrona del gusto spirituale del nord Europa e che ebbe il suo capo in Lutero, nel grande “uomo antispirituale” - così considerata la filosofia tedesca è un frammento della Controriforma, e persino del Rinascimento, o almeno della volontà di rinascita, volontà di progredire nella scoperta dell'antichità, nel disseppellimento dell'antica filosofia, soprattutto di quella presocratica, del tempio greco più profondamente sepolto! Questo passo è, tra l'altro, proprio uno di quelli su cui si è focalizzata l'attenzione ermeneutica da parte di Heidegger nel suo già citato Nietzsche.
Ma se la filosofia tedesca è una scheggia di Rinascimento, è proprio in questa sua fattispecie che l'attualismo ne è non continuazione ma superamento. Superamento della nostalgia della grecità – in opera anche nel successivo Heidegger – che la pervade in direzione della ricerca di un orizzonte che stia davanti a noi e non dietro. È in Le due Italie di Giovanni Gentile che Sasso mostra – anche problematicamente – come Gentile (sulla scorta del giudizio di De Sanctis) consideri il Rinascimento come un periodo di decadenza della storia civile italiana, in cui al fiorire delle arti fa da contraltare un disimpegno civile che non ha consentito all'Italia di conseguire prima il suo destino di nazione.

L'attualismo in questo senso può essere considerato il superamento della filosofia nostalgica ponendo valore sul futuro nel progetto che concretamente si realizza (mediante il lavoro): non (solo) studio del fatto ma valorizzazione dell'atto che concretamente si fa. Filosofia intimamente politica perché pone l'accento sulla creazione della realtà sociale nella accezione di storia. Non necessariamente filosofia fascista come è testimoniato d'altra parte dal rapido scemare dell'influenza gentiliana nel fascismo “reale” (cfr.: Il Gentile dei fascisti di Alessandra Tarquini; Il Mulino, 2009). Se fascista lo fu, lo fu nel momento in cui il fascismo era un progetto di sovvertimento radicale – nel solco del Risorgimento, e quindi dell'affermazione dell'identità nazionale attraverso l'unificazione del suo popolo – della realtà nazionale.
In questo senso l'attualismo è l'ultimo vero sistema filosofico che si propone di disegnare un quadro dell'essere e dell'agire umano nel mondo. L'ultimo forse ad esclusione – paradossalmente – del pensiero debole. Ma il pensiero debole si mette sul sentiero del ripercorrimento della tradizione, in particolare a partire da Heidegger, da un lato, e della programmatica incapacità di svelare il meccanismo complessivo dell'essere, dall'altra. In questo senso è da tempo che il pensiero debole è – purtroppo – la chiave ermeneutica per interpretare il nostro tempo: un pensiero non solo non più in grado di fornire un'interpretazione del mondo in grado di fornire ad esso un senso, ma che di più teorizza l'impossibilità di tale impresa condannando l'essere umano nel mondo ad una privazione senza appello di senso e di destino.
Per questo l'attualismo rimane il non superato orizzonte filosofico da rimeditare. Il problema è che questo orizzonte filosofico, che è anche e inscindibilmente politico, non è materialmente maneggiabile in un'epoca priva di ideologie e di orizzonti politici che vadano oltre il microcabotaggio delle convenienze e degli aggiustamenti, prona per altro, non solo agli interessi economici, ma ancor più basso e peggio, a quelli finanziari. Un mondo dove a far da contraltare al pensiero debole sta una politica debole succube non solo di altri poteri (da sempre l'ambito di manovra alla politica è stato conteso almeno dall'economia e dalla religione), ma di poteri che come si vedrà possono assurdamente porsi al di fuori dal controllo dell'umano.

Significa forse questo che si auspica il ritorno dell'esaltazione dell'idea di nazione, di popolo che bellicisticamente si confronti con gli altri? Significa forse che dovremmo rinunciare alla politica comunitaria per riaffermare l'unicità dello stato italiano? Significa piuttosto che occorre recuperare il primato della politica come orizzonte non solo di amministrazione spicciola, ma di ordinamento, di cambiamento, di progetto dell'essere. E che questo primato si esplica precisamente nel concetto attualistico dell'atto che è contemporaneamente esser-ci cioè essere consapevoli della propria realtà, ma anche fare (anche nella dimensione del lavoro) ovvero far sì che tale consapevolezza si tramuti in stimolo per l'azione ed il miglioramento in vista di un orizzonte voluto e ricercato, in vista di un futuro progettato e costruito.
La dialettica politica dev'essere precisamente questo: verso quale orizzonte tendere, mentre è segno dell'estrema decadenza della stessa il fatto che si discetti invece sui mezzi per arrivare da qualche parte, mediamente il far contenti i mercati. Al contrario i mezzi in quanto tali, e cioè strumenti, possono essere oggetto di mediazione e scambio, cosa evidentemente non possibile nei confronti dei fini delle ideologie.
L'attualismo non sposa tanto una specifica ideologia politica, nel senso di orizzonte/progetto che de-finisce quell'ideologia, quanto la prassi che porta a quell'orizzonte. Prassi che vede ogni ideologia accomunata dalla necessità di considerare il popolo tutto come soggetto della storia e del cambiamento. Per questo motivo, il cambiamento, qualsiasi direzione prenda, deve per forza passare attraverso il motore di una scuola e di una cultura che unifichino il popolo, non tanto in un'unica idea politica (come successo col fascismo o col comunismo) o religiosa (come nei paesi islamici) ma piuttosto nella consapevolezza stessa di essere popolo ed in quanto tale soggetto della storia, progettista del proprio futuro. In questo senso lo stato deve essere, in qualche misura, etico: non può esimersi dall'indicare almeno quali siano i valori fondamentali del vivere comune e questi valori li deve spiegare, promuovere, mettere innanzi al vivere comune stesso combattendo nel contempo gli ostacoli al suo sviluppo.

E c'è però chi potrebbe obiettare il darsi, in contraddizione con quanto detto, di un orizzonte politico che voglia la conservazione, il non-cambiamento, la tradizione. Ma è da sottolineare che tradizione e non-cambiamento sono cose estremamente diverse. La tradizione, anche considerata come conservazione, prevede il recupero ed il ritorno a valori considerati indeboliti o perduti. Il non-cambiamento e la conservazione intesa come dello status-quo è esattamente il non-orizzonte della politica di microcabotaggio che vive nella subordinazione perpetua a poteri altri a cui assistiamo nella contemporaneità mondiale o quasi. Proprio questa è la politica che ci rende inermi a qualunque minaccia, si chiami crisi economica, terrorismo internazionale, disastro ambientale. Questa politica dello status-quo, che non ha una direzione, un senso, un orizzonte è la notte della politica, e la sua apparenza democratica è se possibile peggiore addirittura di un qualsiasi totalitarismo perché intrinsecamente incapace di assumere qualsiasi decisione sulla storia del suo popolo. Decisione che s'inserisca in un disegno, in un progetto che quella stessa politica abbia e che non sia imposto non dal potere economico, ma addirittura da una parte di esso, una parte – la finanza – nemmeno composta di persone (ché in questo caso saremmo comunque almeno di fronte a un'oligarchia o a una plutocrazia) ma di meccanismi parzialmente automatici di flusso dei capitali che solo in parte chi ne è in grado riesce ad intercettare e a far profittare. Pensiamo per un attimo alla situazione delle banche, parti non secondarie dei meccanismi dei mercati. La banca che riesce ad operare oculatamente sui flussi finanziari opera ricavi ingenti per proprietari/azionisti, mentre il lavoro che pure la sostiene e le permette di operare non viene beneficiato. Al contrario la banca che perde capitale in operazioni arrischiate o fallisce annullando il capitale in essa investito dal lavoro o viene “salvata” dallo stato che utilizza esattamente altre risorse economiche provenienti dall'economia reale oltre a quelle che la banca ha già dilapidato. Tutto questo meccanismo, sia che abbia conclusione positiva, sia che abbia esito infausto, non ha alcuna rilevanza sulle prospettive economiche, sociali o politiche dell'ambiente sociale in cui la banca opera (tranne ovviamente nel caso del fallimento ove di esso debba farsene carico la comunità). Non di meno è a questo meccanismo finanziario – in cui l'esempio bancario è inserito – a cui la politica tutta è dedicata. E proprio perché in buona parte questo meccanismo è automatico ed alieno al lavoro esso annulla, azzera la possibilità di progettare un orizzonte politico.
Tutta questa argomentazione che si è cercato di proporre può però in qualcuno essere rimasta in secondo piano rispetto alla durezza dell'affermazione iniziale: questo sistema politico in cui ci troviamo a vivere è solo in apparenza democratico, ma in realtà peggiore di qualsiasi totalitarismo. Con questo non si vuole denigrare il sistema democratico o lodare qualcuno dei vari totalitarismi/dittature passate, presenti o venture. Tutto il contrario. Anzi se pensiamo l'attualismo come filosofia politica dell'autocoscienza del popolo affinché si progetti verso il proprio futuro, dobbiamo ammettere il sistema democratico come uno dei più coerenti a questa visione. Non è questo quello a cui qui si obietta. Al contrario si afferma con forza che quello che in questo momento ci viene presentato come democratico non lo è affatto. Non lo è perché non è il demos/popolo ad avere la crazia/potere: se non quello di sistemare la cosa pubblica nel migliore dei modi per il più agevole funzionamento dei mercati. Occorre pertanto sottolineare con la dovuta durezza che quella che viene spacciata oggi per democrazia è in realtà qualcos'altro. Al meglio l'amministrazione di qualche funzione secondaria (secondaria non perché non importante comunque nella vita dei singoli cittadini, ma secondaria perché di scarsa se non nulla rilevanza nella capacità di cambiare direzione, di cambiare quello che si è detto lo status-quo) dello stato e della comunità. Al peggio una forma di spartizione del potere residuo.

E pure potrebbe esserci chi si chieda, anche a fronte dell'accettazione dell'analisi politica proposta, il motivo della riesumazione di quello che potrebbe parere ai più come un rugginoso rottame filosofico del passato, per di più provinciale e poco aperto al respiro filosofico europeo e/o occidentale (anche se cfr: Salvatore Natoli Giovanni Gentile filosofo europeo Bollati Boringhieri, 1989). Mi sembra evidente però che non vi siano attualmente alternative filosofiche in grado di dare un senso all'attuale situazione, considerando che da un lato il marxismo classico ha efficacemente previsto la “vittoria” del capitalismo ma si è rivelato totalmente inefficace nello stimare le risorse di quest'ultimo di adattarsi rapidamente ai mutamenti sociali e tecnologici sfruttando, almeno a partire dalla seconda metà del Novecento, la sempre più veloce globalizzazione e divisione del lavoro per superare il conflitto di classe e riuscire a opporre sempre più efficacemente le varie tipologie di lavoratori (ad esempio dipendenti vs. precari, sindacalizzati vs. non, ecc.); dall'altro lato l'apparente superamento delle ideologie con la sconfitta soprattutto di quella socialista/comunista e il conseguente riallineamento di tutto il mondo industrializzato al dogma liberista ha avuto come controaltare giustificativo il già citato pensiero debole che ha teorizzato l'impensabilità/impossibilità di una teorizzazione sistematica e coerente (pro o contro non ha particolare importanza dato che anche un'interpretazione sistemica favorevole allo status quo rischia di rivelarsi velocemente un intoppo ad un rapido mutarsi delle condizioni). Il problema è che tale assoluta predominanza sul reale della sfera economica senza un adeguato controllo o feedback né dalla sfera politica, né dalla sfera teorica/ideologica/filosofica, ha fatto sì che la stessa sfera economica s'incartasse su se stessa producendo la situazione attuale assolutamente anomala in cui la sfera economica stessa (e quindi tutto il resto della realtà sociale) sia dominata non dai rapporti di produzione ma dal sottosistema finanziario che, come si è sottolineato, è diventato indipendente sia dall'universo dell'economia reale, sia a qualsivoglia esigenza di natura sociale. In questo quadro risulta complicato qualsiasi tipo di approccio che non sia meramente prono alle esigenze dell'economia finanziaria, come possiamo vedere in qualsiasi momento della nostra vita, subissati per ogni dove da notizie su spread ed indici borsistici. Da questo punto di vista, in assenza di altre teorizzazioni attualmente efficaci non solo per spiegare l'esistente, ma anche per delineare una via di uscita da una crisi che ogni giorno di più si sta rilevando non meramente congiunturale ma piuttosto sistemica ed epocale rispetto al sistema di vita capitalistico occidentale, l'attualismo mi sembra possa aiutare a delineare una sorta di “road map” per l'uscita da questa situazione. D'altra parte l'attualismo è in effetti stata una risposta ad una situazione di crisi – molto diversa ma non meno profonda e diffusa – a cui l'occidente è andato incontro all'inizio del secolo scorso. Tale crisi si è risolta – non senza qualche responsabilità anche da parte dell'attualismo, che è stato utilizzato per giustificare anche la politica assurdamente (considerando le risorse a disposizione) bellicista del fascismo – unicamente grazie alla catastrofe di una guerra mondiale, ma già c'è qualche economista che ha giudicato essere necessario un evento altrettanto radicale per l'uscita dalla presente crisi. Senza per forza cedere al millenarismo del tanto peggio/tanto meglio o al gattopardesco cambiare tutto nella speranza che non cambi nulla (strategie entrambe estremamente di moda oggi come oggi), è possibile provare ad immaginare una strategia che ci consenta di riprendere il controllo delle nostre vite? Se tale speranza è possibile, come trasformare tale sogno in un percorso politico? Qui è dove – mi sembra – l'attualismo può ancora essere utile, adeguatamente aggiornato ed adattato ai nostri tempi. Utile come lo può essere una filosofia che ponga nel soggetto inteso come popolo (italiano/greco/tedesco/cinese/... /americano/europeo/asiatico/... /occidentale/... /mondiale?) la possibilità attraverso l'atto inteso anche come lavoro (e quindi anche come forme produttive) di adeguare il proprio destino e la propria storia alle aspettative che concretamente si pone.


Per far questo la politica deve riappropriarsi della propria prerogativa di proiettarsi/progettarsi altrove, d'immaginarsi spazi diversi e migliori. E sono l'economia e le sue componenti più o meno automatiche a dovere lavorare per adattarsi a questo progetto, che se non meramente astratto troverà in tutte le forze vitali della società il necessario nutrimento, le necessarie forze per compiersi.